C’è stato un tempo in cui l’opinione pubblica aveva un indirizzo. Non un’email, ma una sede fisica: le redazioni dei giornali, le aule parlamentari, i salotti televisivi. Lì si condensava il dibattito nazionale. Poteva essere condizionato, certo. La Prima Repubblica aveva inventato perfino una parola elegante per descriverlo: lottizzazione. Ma per certi versi si sapeva chi parlava, per conto di chi, e attraverso quali strumenti. In poche parole si poteva intuire chi c'era dietro il controllo. Oggi la domanda non è più “chi controlla l’informazione?”, bensì “chi la produce?”. E soprattutto: è ancora possibile parlare di opinione pubblica quando il pubblico è diventato un insieme di bolle, e l’opinione una somma di flussi personalizzati? Il concetto moderno di opinione pubblica nasce con la stampa e con la borghesia urbana. È figlio dell’Illuminismo e della rivoluzione industriale: un’arena condivisa in cui i cittadini discutono fatti comuni. Ma quell’arena presupponeva due condizioni: scarsità delle fonti e visibilità dei mediatori. Pochi giornali, poche televisioni, poche voci autorevoli. La scarsità generava concentrazione. E la concentrazione, nel bene e nel male, produceva un terreno comune. La rete ha spezzato questo equilibrio. Prima ha moltiplicato le fonti, poi ha disintermediato i mediatori, infine ha personalizzato i contenuti. L’algoritmo ha sostituito il direttore responsabile. Ma l’algoritmo non firma editoriali, non risponde in tribunale, non viene interrogato in Parlamento. Soprattutto, non condivide con noi lo stesso spazio simbolico. Nel 2026 – secondo diverse stime di settore – le informazioni generate con o tramite chatbot di intelligenza artificiale potrebbero superare quelle prodotte direttamente dagli utenti umani. È un sorpasso quantitativo che prefigura uno qualitativo: non discuteremo più soltanto tra esseri umani, ma in un ecosistema informativo in cui una parte crescente dei contenuti è sintetica, generata, ibridata.
Che cosa significa, allora, “opinione pubblica” se il pubblico include agenti non umani? Se una parte della conversazione è prodotta da modelli addestrati su dati del passato e ottimizzati per la plausibilità? La sfera pubblica, così come l’aveva immaginata Jürgen Habermas, era uno spazio di argomentazione razionale tra cittadini. Ma la razionalità presuppone intenzionalità, responsabilità, identità. Tre categorie che l’intelligenza artificiale non possiede nel senso umano del termine. Una volta le fonti erano poche e controllate. Questo implicava rischi di manipolazione verticale: governi, partiti, editori. Oggi il rischio è orizzontale e opaco. Non sappiamo da dove provenga un contenuto, quale sia la sua filiera, quale algoritmo lo abbia selezionato o riscritto. L’informazione non è più solo trasmessa: è continuamente ricombinata. La frammentazione produce polarizzazione perché riduce il terreno comune. Se ciascuno riceve un flusso informativo su misura, l’idea stessa di “fatto condiviso” si indebolisce. Senza fatti condivisi, l’opinione pubblica si trasforma in una pluralità di micro-opinioni impermeabili. Non c’è più un’agorà, ma una costellazione di stanze insonorizzate. Eppure la nostalgia non è una strategia. Il passato non era un’età dell’oro: era un sistema a bassa complessità, con costi di accesso elevati. Oggi l’accesso è quasi gratuito, ma il prezzo si paga in sovraccarico cognitivo e in perdita di orientamento. Il problema non è l’abbondanza, bensì l’architettura che la governa.
Forse l’opinione pubblica non è scomparsa: si è trasformata in infrastruttura. Non è più un luogo, ma un processo. Un processo in cui umani e macchine co-producono contenuti, interpretazioni, sintesi. La questione diventa allora politica e industriale insieme: chi progetta le piattaforme? Con quali criteri di trasparenza? Con quali responsabilità? Se l’informazione generata dall’intelligenza artificiale supererà quella umana, non assisteremo alla fine dell’opinione pubblica, ma alla sua mutazione genetica. La sfida non sarà tornare alla scarsità, bensì costruire fiducia nell’abbondanza. Rendere tracciabili le fonti, distinguere l’autore dalla macchina, educare alla verifica. In fondo, l’opinione pubblica è sempre stata una tecnologia sociale. Oggi è diventata anche una tecnologia computazionale. La domanda non è se esista ancora, ma chi la sta programmando. E che fine hanno fatto i cittadini in questa equazione.
Categoria: Tecnologia
Titolo: Chi programma l’opinione pubblica?
Autore: Massimo Sideri
