Capitalismo globale, digitale, delle piattaforme, degli algoritmi, capitalismo della sorveglianza, tecno-capitalismo, turbo-capitalismo, capitalismo ibrido, estrattivo, sostenibile, capitalismo degli stakeholder, neoliberale, tardo-capitalismo. In quale capitalismo viviamo oggi?
Siamo sicuramente nell’età dell’hi-tech e dell’intelligenza artificiale, e siamo tutti profilati, tutti più o meno consapevoli di essere noi, con i nostri dati, prodotti prima ancora di essere clienti o cittadini. Quindi l’aggettivo digitale appare adatto, calzante. Basta guardare alla Borsa: la capitalizzazione delle sei Big tech, tutte coinvolte in un modo o nell’altro con l’Ai, supera il 20% del Pil mondiale.
Eppure, a ben guardare, i mercati finanziari dicono molto altro. Non sono solo Nvidia o Amazon ad aver moltiplicato il valore in questi ultimi anni: lo hanno fatto anche società di settori quasi “antichi”, come quello del mining, in particolare se specializzate in oro, argento o in terre rare, oppure i gruppi che organizzano la logistica e i colossi che trasportano via mare beni e risorse energetiche o, ancora, le corporation del settore difesa.
Performance di un capitalismo che cambia. Sotto i nostri occhi. Un capitalismo che si manifesta con un gran fervore di “conquista” dei mari, delle rotte commerciali (spesso protette da flotte militari), dei porti, delle risorse energetiche e minerarie, specie se annoverabili tra quelle strategiche perché al servizio delle nuove tecnologie e della sicurezza, e anche delle terre da coltivare e della risorsa fondamentale: l’acqua.
Forse il termine digitale non è sufficiente per definire il capitalismo in cui viviamo. Perché il divenire predomina sul presente, e il digitale definisce l’oggi. È un aspetto, certamente dominante, ma non appare da sola una chiave interpretativa dinamica. Fra i vari studi e le analisi che hanno affollato la saggistica specializzata alla ricerca di una lettura capace di orientarci fra le tante possibili definizioni del capitalismo attuale, una sembra cogliere un aspetto determinante, e per certi versi inquietante: l’inclinazione predatoria prevalente in un mondo finito, limitato. Si tratta del libro La confisca del mondo-Storia del capitalismo della finitudine, scritto dall’economista e storico francese Arnaud Orain, pubblicato di recente in Italia da Einaudi.
Tutto parte da una considerazione: il neoliberismo è finito. Quali sono i segnali? Libero scambio e concorrenza sono in crisi; è tornata a prevalere una concezione autarchica dell’economia; si è registrata una crescita esponenziale dei monopoli privati, che si sono trasformati in aziende-Stato; la forza egemone sui mari non è più in grado di garantire la sicurezza delle rotte e la libertà dei mari è messa in discussione, è a rischio; si assiste a un riarmo generale e alla moltiplicazione dei conflitti; è sempre più evidente un’estensione globale della corsa all’accaparramento di terre, minerali e fonti di energia. Insomma, il capitalismo mondiale sta cambiando rispetto agli anni della globalizzazione e della libertà di traffici e scambi.
Una trasformazione che, secondo Orain, è contemporaneamente inedita e antica. Perché, si legge nel libro, a partire dal XVI secolo il capitalismo si è declinato in due varianti, che si sono succedute l’una all’altra. La più celebre, che si può definire «liberale», si è manifestata dall’inizio dell’Ottocento a circa il 1880. Dopo una lunga interruzione, è tornata dominante in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale e in particolare negli anni Ottanta, quando è stata definita «neoliberismo». L’altra variante è quella che Orain, definisce il «capitalismo della finitudine» e che si è sviluppata tra il XVI e il XVIII secolo, tra il 1880 e il 1945, e dal 2010 fino a oggi. Cuore e motore di questo tipo di capitalismo è «un’angosciante visione suscitata dalle élite» ma ampiamente diffusa nell’opinione pubblica: quella di un mondo «finito», limitato. Una visione che fa scattare una corsa all’accaparramento delle risorse.
Che caratteristiche ha e come si manifesta questa variante? Secondo Orain il capitalismo della finitudine «è una vasta impresa navale e territoriale di monopolizzazione di beni – terre, miniere, aree marittime, schiavi, magazzini, cavi sottomarini, satelliti, dati digitali – portata avanti da Stati-nazione e compagnie private con l’obiettivo di generare un reddito rentier situato al di fuori del principio di concorrenza». Per intenderci: il capitalismo della finitudine persegue l’accaparramento e il profitto da monopolio
Non può che richiamare le attuali vicende, e in particolare quelle relative allo stretto di Hormuz, la prima delle tre caratteristiche principali delineate da Orain per questo modello di capitalismo, cioè «la chiusura e la privatizzazione dei mari, fenomeno che richiede una forte articolazione tra marine militari e mercantili, e persino una confusione fra questi due ambiti». Perché oggi si arriva alla chiusura? Perché La potenza che detiene l’egemonia sui mari, l’America, non è più in grado di garantirla, “assediata” dalla potenza emergente, la Cina. Qualche dato significativo: la consistenza delle flotte, militari e mercantili. Quelle americane, rispetto ai primi anni del Duemila, sono ferme o in contrazione, le cinesi invece sono in rapido e considerevole aumento: il numero di navi mercantili degli Usa e cinesi era pressoché simile nel 2005, oggi la flotta della Cina rappresenta il 14% di quella mondiale, mentre quella statunitense si aggira intorno al 5%; le navi da guerra Usa negli ultimi 20 anni sono rimaste a quota 300 circa, quelle di Pechino sono passate da 200 a circa 370-400.
Così come la presenza di nuovi monopoli e oligopoli nella tecnologia e in settori strategici come la logistica e la lavorazione delle terre rare, appare coerente con la seconda delle caratteristiche del capitalismo della finitudine: «La relegazione in secondo piano dei meccanismi di mercato, se non addirittura la loro semplice eliminazione», fino alla «esclusione di concorrenza e commercio multilaterale per far posto a zone imperiali di scambio» (cioè aree controllate di commercio con partner affidabili o sudditi), «a monopoli, cartelli e alla coercizione violenta».
Infine, è facile interpretare gli attuali rapporti fra colossi della tecnologia e Stati e le relazioni su base “imperiale” instaurate tra Usa e Cina (pur con le differenze profonde fra i due Paesi) alla luce della terza caratteristica indicata: «La costituzione di imperi formali o informali attraverso il controllo esercitato da aziende pubbliche o private su ampi spazi (fisici o virtuali). Generalmente dotate di prerogative sovrane, queste imprese stabiliscono i ritmi del capitalismo della finitudine attraverso i loro magazzini, le catene logistiche e il loro gigantismo».
Da queste caratteristiche prende forma un capitalismo che «istituisce il rapporto di forza armato come proprio orizzonte naturale e non come spiacevole eccezione, talvolta necessaria per rafforzare le regole del mercato». Ciò però non significa uno stato di guerra generale, bensì una sospensione permanente fra guerra e pace, una situazione che non è né di guerra né di pace.
Lo storico non sfugge all’attualità: delinea lui stesso quanto siano annoverabili nel capitalismo della finitudine la presidenza Trump in America, i conflitti in corso che non sono né dichiarati né conclusi, la rivalità Usa-Cina, la fatica dell’Europa ad abbandonare il proprio programma neoliberista e a resistere al ripiegamento sugli Stati nazione («nulla garantisce – aggiunge Orain - che l’Europa non si ritroverà fra i perdenti della Storia»). Ma, se la diagnosi appare articolata e utile a comprendere l’evoluzione dei fatti, più complesso sembra invece rispondere a una domanda conseguente al quadro descritto dallo storico: il capitalismo della finitudine tramonterà ancora una volta? Si tornerà alle illusioni del liberismo?
Orain suggerisce piuttosto la possibilità che il capitalismo approdi a forme diverse, “ibride”. Il presupposto della illimitatezza delle risorse naturali e dello spazio di espansione è strutturalmente in crisi, ed è perciò difficile immaginare un ritorno all’età dell’abbondanza e al neoliberismo. Ma nel mondo limitato è possibile attingere a beni e risorse anche con logiche diverse dall’accaparramento: Orain colloca nel filone progressista occidentale l’idea di coniugare la transizione energetica con ciò che il filosofo francese Pierre Charbonnier ha definito «ecologia di guerra», cioè una strategia volta a indebolire l’avversario geostrategico non accaparrandosi prima di lui le risorse energetiche, ma facendo a meno di esse, decarbonizzando l’economia attraverso la moltiplicazione delle fonti autoctone. «Sobrietà, risparmio, energie verdi», sintetizza Orain. Una strada davvero percorribile? Dovrebbe essere perseguita in modo molto radicale. Altrimenti, secondo lo storico, finirà per non distinguersi molto dalla via nazionalista e fossile.
Per le prossime puntate del capitalismo non dovremo attendere molto, considerata la velocità dei cambiamenti che si susseguono. Un punto però appare fermo, che è poi lo slogan del capitalismo della finitudine: «Non ce ne sarà per tutti». E non si tratta solo di un problema di finitezza di risorse. Perché i dati, principale risorsa del capitalismo digitale, sono illimitati. Ma non sono a disposizione di tutti.
Categoria: Cultura
Titolo: Dentro il nuovo capitalismo
Autore: Sergio Bocconi, giornalista
