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Magnifica Humanitas vs Magnifica Machina

Come ridefinire responsabilità, diritti e libertà nell’era dell’AI? 

Machiavelli, nel 1518, poteva permettersi di parlare di “persone meccaniche” nella Mandragola, riferendosi semplicemente agli artigiani, a coloro che usavano strumenti e conoscenze tecniche per costruire, riparare e trasformare la materia. La meccanica era allora un'estensione dell'essere umano, una capacità al servizio dell'intelligenza e della manualità. La macchina non aveva una propria autonomia, ma rappresentava un mezzo attraverso cui l'uomo esercitava il proprio ingegno. Oggi, invece, stiamo assistendo a una progressiva e sempre più marcata separazione tra la persona e la meccanica. La tecnologia non è più soltanto uno strumento: diventa soggetto, prende decisioni, genera contenuti, apprende, dialoga. È il confronto tra Magnifica Humanitas e Magnifica Machina. Chi prevarrà?

Tradotto in termini concreti, la domanda è un'altra: le regole sociali e giuridiche che abbiamo costruito nel Novecento possono davvero restare incise nella pietra senza tenere conto dell'accelerazione tecnologica? È possibile continuare ad applicare principi elaborati in un mondo analogico a un ecosistema digitale governato da algoritmi e intelligenze artificiali? Per quanto possa sembrare anacronistico, ancora oggi molte delle responsabilità digitali si fondano su una sentenza pronunciata negli anni Cinquanta.

Siamo negli Stati Uniti, in pieno maccartismo. Anche qui c'è di mezzo un libro, sebbene non proprio del Machiavelli. Un libraio, Eleazar Smith, viene chiamato in causa dalla municipalità di Los Angeles perché tra gli scaffali della sua libreria vengono venduti testi ritenuti osceni, cioè pornografici. La corte sceglie di difendere Smith sulla base di un principio semplice ma destinato ad avere conseguenze enormi: un libraio non può leggere e conoscere ogni singolo volume che mette in vendita. Non può quindi essere automaticamente considerato responsabile dei contenuti di tutte le opere che distribuisce. È una distinzione pensata per il commercio dei libri, ma che, decenni più tardi, sarebbe diventata il fondamento di un'altra rivoluzione.

Facciamo infatti un salto di oltre quarant'anni e arriviamo agli albori del World Wide Web, nell'epoca in cui si parlava con entusiasmo delle "autostrade digitali". Alla Casa Bianca sedeva un democratico, Bill Clinton, affiancato dal suo vicepresidente Al Gore, convinto promotore della diffusione di Internet. L'idea prevalente era che la rete non dovesse essere imbrigliata troppo presto. Si temeva che una regolamentazione eccessiva potesse soffocare sul nascere una tecnologia destinata a trasformare l'economia e la società. Ci sarebbe stato tempo, si pensava, per introdurre limiti e correttivi, facendo affidamento su quella consolidata tradizione antimonopolistica americana che aveva già affrontato i grandi colossi industriali, dalla Standard Oil di Rockefeller fino allo smembramento del monopolio telefonico delle Baby Bells.

Fu in questo clima che nel 1996 venne introdotta la famigerata Sezione 230 del Communications Decency Act, destinata a diventare uno dei pilastri giuridici dell'economia digitale. È la norma che ha consentito ai giganti del web di crescere senza essere considerati editori dei contenuti pubblicati dagli utenti. Una protezione che ha favorito l'innovazione e la nascita dei social network, ma che allo stesso tempo ha limitato le responsabilità delle piattaforme rispetto a fenomeni come la diffamazione, l'incitamento all'odio, la propaganda terroristica, la disinformazione o persino i contenuti che possono indurre al suicidio.

Le due facce della medaglia sono inseparabili. Sarebbe stato probabilmente impossibile costruire gli attuali modelli di business dei social network e delle piattaforme digitali senza quella sorta di licenza preventiva all'irresponsabilità editoriale. La crescita esponenziale dell'economia di Internet è stata favorita proprio dall'assenza di un obbligo generalizzato di controllo sui contenuti.

Del resto, qualche indizio era già nell'aria. Il dibattito del 1996 venne alimentato anche da un'altra controversia giudiziaria: Stratton Oakmont contro Prodigy. La società finanziaria sosteneva di essere stata danneggiata da commenti denigratori comparsi su una piattaforma online. Non si trattava di un'azienda qualsiasi, ma della società guidata da Jordan Belfort, protagonista di una delle più celebri truffe di Wall Street, resa poi popolare dal film The Wolf of Wall Street con Leonardo DiCaprio. Quel caso mostrava già quanto fosse difficile stabilire dove finisse la responsabilità della piattaforma e dove iniziasse quella degli utenti.

Altro salto temporale, questa volta di circa trent'anni, e arriviamo ai giorni nostri. Per una curiosa ironia della storia, alla Casa Bianca siede un presidente repubblicano che conosce forse meglio di chiunque altro la potenza comunicativa dei social network. Donald Trump, durante il suo primo mandato, aveva definito la Sezione 230 una norma ormai anacronistica. All'epoca la critica serviva anche a colpire una Silicon Valley percepita come politicamente ostile, prima che i rapporti di forza cambiassero profondamente. Ma il problema, nel frattempo, è diventato ancora più complesso.

Che cosa accade, infatti, quando i contenuti lesivi non sono più creati dagli utenti, bensì prodotti direttamente dai chatbot, suggeriti dagli algoritmi o generati da sistemi di intelligenza artificiale? Ha ancora senso applicare la stessa distinzione pensata per un libraio degli anni Cinquanta o per una piattaforma che ospitava semplicemente contenuti altrui? Alcune sentenze negli Stati Uniti stanno iniziando a esplorare proprio questi confini, mettendo in discussione l'interpretazione così ampia dello scudo garantito dalla Sezione 230. Se l'algoritmo seleziona, promuove, riscrive o addirittura crea un contenuto, la piattaforma continua davvero a essere soltanto un intermediario neutrale?

E così il dilemma che accompagnò Clinton si ripresenta oggi, in forme nuove, anche davanti a Trump: difendere la centralità della figura umana, attribuendo responsabilità più chiare a chi sviluppa e gestisce le tecnologie, oppure continuare a non imbrigliare l'innovazione nella speranza che i benefici economici e sociali, come spesso accaduto nella storia americana, finiscano per diffondersi a cascata sull'intera società?

Sono queste le due grandi visioni che stanno prendendo forma nel tentativo di costruire un nuovo contratto sociale nell'era dell'intelligenza artificiale. Da una parte vi è l'idea di una tecnologia magnifica, motore della crescita e dell'innovazione, interpretata dal capitalismo statunitense che ha storicamente preferito non limitare in anticipo il potenziale sviluppo economico, quasi fosse una forma di fede laica nel progresso. Dall'altra emerge la necessità di riaffermare la priorità dell'essere umano, riconoscendo che una macchina capace di decidere, suggerire e creare non può più essere trattata come un semplice utensile.

Forse è proprio qui che la vecchia Europa può offrire un contributo originale. Forte di una tradizione giuridica fondata sulla tutela della persona, sulla dignità e sui diritti fondamentali, potrebbe cercare una terza via che non contrapponga uomo e tecnologia, ma li riconcili. Una prospettiva che recupera, idealmente, anche la lezione di Machiavelli: non la vittoria della Magnifica Humanitas sulla Magnifica Machina, né il dominio della macchina sull'uomo, bensì la costruzione di una nuova alleanza. Una magnificus homo-machina, nella quale il progresso tecnologico rimanga saldamente orientato dalla responsabilità umana e dalla capacità delle istituzioni di adattare il diritto al tempo dell'intelligenza artificiale.

Categoria: Tecnologia
Titolo: Magnifica Humanitas vs Magnifica Machina
Autore: Massimo Sideri, giornalista