Ripensare la città attraverso l’arte
Gli esempi di Theaster Gates, Assemble, Lauren Halsey e Davide Stucchi
Crisi abitativa, operazioni immobiliari incuranti del tessuto socio-culturale circostante e difficoltà di accesso a spazi realmente comunitari sono fenomeni che riguardano molte città contemporanee di medie e grandi dimensioni e che hanno catturato l’attenzione di artisti interessati a esplorare e invertire queste dinamiche.
Puntando lo sguardo oltreoceano, le iniziative messe in campo da Theaster Gates nella cornice urbana di Chicago, che gli diede i natali nel 1973, sono un esempio efficace di quanto il linguaggio creativo, se declinato con attitudine critica e consapevolezza, possa rivelarsi uno strumento utile a fronteggiare lo smantellamento di infrastrutture collettive da parte della riqualificazione miope di spazi in disuso.
Formatosi dapprima in urbanistica e ceramica e poi specializzatosi nel campo delle discipline artistiche e degli studi religiosi, salendo alla ribalta grazie a interventi multidisciplinari che affondano le radici nella cultura black, Theaster Gates è l’ideatore di Rebuild Foundation, l’organizzazione non profit istituita nel 2010 sulla base di tre valori sostanziali, come riportato sul sito web della piattaforma: “Black people matter, Black spaces matter, and Black objects matter”.
Attraverso l’acquisizione e il recupero di edifici abbandonati – soprattutto nella zona sud di Chicago – Rebuild Foundation ha innescato un processo rigenerativo virtuoso, trasformando luoghi potenzialmente preda di speculazione immobiliare in ambienti capaci di incontrare le esigenze della comunità locale.
Frutto della collaborazione con la Chicago Housing Authority, un team di architetti e una società immobiliare, il progetto Dorchester Art and Housing Collaborative (DAHC) – completato fra il 2011 e il 2014 – ha riconvertito un ex complesso di edilizia popolare in trentadue alloggi destinati a beneficiari di sostegno abitativo e in uno spazio dedicato alla danza e al teatro. Coniugando le esigenze di residenti e artisti, il progetto ha infuso nuova linfa in un quartiere altrimenti dominato dal degrado o dallo spettro della gentrificazione. Le medesime logiche di riuso architettonico guidano anche Stony Island Arts Bank – community centre, archivio e biblioteca inaugurati nel 2015 all’interno di un’ex banca di inizio Novecento – e The Land School, aperta alla fine del 2025 nell’ex St. Laurence Elementary School.
Il profondo legame con la comunità caratterizza anche la pratica di Lauren Halsey (Los Angeles, 1987), che si oppone allo sfollamento culturale dell’area di South Central Los Angeles – dove la sua famiglia risiede da generazioni – attraverso interventi nei quali confluiscono scultura, installazione e architettura.
Presente alla Biennale Arte 2026 di Venezia con un lavoro installativo che rende omaggio agli abitanti del suo quartiere e rivolge l’attenzione alla diaspora nera e afroamericana, Halsey ha costituito nel 2020 il Summaeverythang Community Center, un’organizzazione non profit ispirata all’arte, all’istruzione e al benessere.
Un luogo aperto alla comunità e ai suoi membri più giovani: “SCC offers free after-school, weekend, and summer programs to local youth that center the experiences of Black and Brown families”, si legge sul sito dell’organizzazione. “SCC nurtures emerging artists, fosters intergenerational exchange, and provides accessible spaces for learning and imagination”.
Il Summaeverythang Community Center individua infatti nella creatività e nella formazione gli strumenti per rafforzare la rete di relazioni locali e offrire ai residenti concrete occasioni di dialogo e crescita. Fino a settembre 2027, le attività saranno ospitate da sister dreamer lauren halsey’s architectural ode to tha surge n splurge of south central los angeles, il giardino e parco di sculture inaugurato dall’artista nella primavera del 2026: un ulteriore passo verso la realizzazione di un centro comunitario permanente, dove l’arte si libera dai vincoli degli spazi espositivi tradizionali.
Londra, invece, è il luogo di nascita di Assemble, l’organizzazione fondata nel 2010 da un gruppo di amici e divenuta negli anni un punto di riferimento per il riuso architettonico, il dialogo con la comunità e il recupero degli spazi industriali.
Vincitore del Turner Prize nel 2015, Assemble si è distinto grazie a progetti come Granby Four Streets, avviato a Liverpool nel 2013. La collaborazione con il Community Land Trust creato dai residenti ha reso possibile il recupero architettonico dell’area, la riconfigurazione di spazi realmente pubblici e il lancio di iniziative dedicate alla salvaguardia dell’identità del quartiere.
Agendo come facilitatori e progettisti, i membri di Assemble hanno contribuito alla rivitalizzazione di luoghi in disuso senza snaturarne la struttura. Ne sono esempi il LifeLine Community Centre di Dagenham, ospitato in un ex magazzino industriale del periodo tra le due guerre, e il progetto di trasformazione del Bramcote Park nel distretto di South Bermondsey.
Pur non intervenendo direttamente nello spazio comunitario, Davide Stucchi (Vimercate, 1988) propone ai visitatori di Triennale Milano, dove è in mostra fino al 4 ottobre 2026 con Temporary Rooms, una sintesi della propria riflessione sul confine tra pubblico e privato, portando al centro il tema dell’abitare nella Milano contemporanea.
L’esposizione, curata da Damiano Gullì nell’Impluvium, mette in scena le dinamiche dell’abitare e costruisce, attraverso l’ambiente domestico, un’indagine sulla precarietà, sulle difficoltà dell’abitare contemporaneo e sul costo ormai insostenibile degli affitti milanesi. Anche in questo caso, l’accessibilità agli spazi e il loro rapporto con la collettività diventano il fulcro di una questione che attraversa città, geografie e latitudini.
Categoria: Arte
Titolo: Ripensare la città
Autore: Arianna Testino, giornalista
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