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L'eredità di Zaha Hadid continua a prendere forma

Gli esempi di Theaster Gates, Assemble, Lauren Halsey e Davide Stucchi

Classe 1950, Zaha Hadid è stata la più importante architetta del secondo Novecento: è un'affermazione tranchante, indubbiamente, ma è anche difficile da contestare. Fu donna di cultura e di potere; sperimentatrice radicale, prima, e poi stararchitect globale, perfettamente integrata nel mercato; persona pubblica conturbante e iconica quanto le sue stesse architetture – si veda a questo proposito il memorabile ritratto apparso sulla copertina di Domus nel 1984; fu, infine, l'unica donna assurta a maestra di una corrente architettonica di primo piano, il decostruttivismo. La consacrazione arrivò presto, già nel 1988, quando Philip Johnson e Mark Wigley la inclusero nella celebre mostra Deconstructivist Architecture al MoMA di New York, momento cruciale di definizione critica e di visibilità pubblica del movimento.

Rispetto agli altri celebri colleghi esposti in quell'occasione – tra loro anche Frank O. Gehry, Daniel Libeskind e Rem Koolhaas – Hadid si specializzò progressivamente nella declinazione più curvilinea, organica e formosa del decostruttivismo: un'architettura parametrica, termine fondamentale, resa possibile dall'utilizzo di software computazionali sempre più avanzati. Al di là dell'innegabile originalità e del valore culturale della sua ricerca, questa scelta si rivelò particolarmente efficace anche sul piano commerciale: da almeno quattro decenni lo "stile Hadid", stabile e immediatamente riconoscibile, conquista committenti e opinioni pubbliche in tutto il mondo.

Hadid è scomparsa prematuramente nel 2016, ma il suo studio resta tra i più importanti a livello globale. Lo guida lo storico collaboratore e poi partner Patrick Schumacher, molto attivo anche come teorico del parametricismo: alla Biennale di Venezia del 2008 presentò il manifesto Parametricism as a Style, proponendolo come lo stile per eccellenza del nuovo millennio.

Era un'affermazione forse troppo audace che, riletta vent'anni più tardi, sembra in parte smentita dalla moltiplicazione dei linguaggi e degli approcci che caratterizza il panorama architettonico globale. Al tempo stesso, lo stile Hadid e il parametricismo restano vivissimi e molto apprezzati, come testimoniano due progetti di grande scala che Zaha Hadid Architects (ZHA) ha completato di recente in Cina: il Songshan Lake Exhibition and Performance Center a Dongguan e il nuovo terminal dell'aeroporto di Chongqing.

Il primo è un centro culturale inserito in un più ampio sviluppo immobiliare sulle sponde del lago Yuehe, nell'area del delta del Fiume delle Perle; il secondo rappresenta il tassello finale dell'espansione dello scalo di Chongqing, destinato a diventare uno degli hub strategici della parte centro-meridionale della Cina.

Al di là delle loro specificità, i due progetti condividono alcuni elementi chiave: la scala monumentale23 mila mq per il Songshan Lake Exhibition and Performance Center e oltre 360 mila mq per il terminal aeroportuale – e l'intensità dei flussi di persone che dovranno accogliere. Sono le condizioni ideali perché l'approccio parametrico di ZHA possa esprimersi al meglio, sia sul piano formale sia nella capacità di accompagnare i movimenti degli utenti.

A Dongguan come a Chongqing, inoltre, queste forme cercano un dialogo con il contesto storico, geografico e culturale. È la conferma di un cambiamento ormai consolidato: la creatività parametrica, che agli esordi degli anni Ottanta e Novanta poteva permettersi una dimensione quasi autoreferenziale, oggi deve necessariamente spiegare le ragioni della propria presenza in un luogo e in un tempo specifici.

Così, le coperture ondulate del Songshan Lake Exhibition and Performance Center dialogano sia con le water sleeves ("maniche d'acqua") dei costumi dell'Opera cantonese, nata proprio a Dongguan, sia con gli sporti di gronda rialzati tipici dell'architettura del Lingnan. Coronati da questi velari morbidi e appuntiti agli estremi, i volumi dell'edificio formano un'ampia L, attraversata da una piazza coperta aperta verso il waterfront.

Tradizione, ma anche innovazione. Le facciate sono interamente rivestite in calcestruzzo a prestazioni ultraelevate, realizzato mediante stampi riutilizzabili per ridurre emissioni e materiali di scarto. All'interno, il Grand Theatre da 1.200 posti è caratterizzato da 100 mila sottilissime lamelle di diversa lunghezza, progettate per garantire un'acustica impeccabile e un'esperienza sonora uniforme in tutta la sala.

Sono invece vissute a ritmi molto più frenetici le ampie hall del terminal T3B del Chongqing International Airport. Progettato per accogliere circa 35 milioni di passeggeri all'anno, l'edificio è configurato come una X, con quattro bracci che si diramano da un nucleo centrale dedicato agli accessi.

La luce naturale raggiunge gli immensi spazi interni attraverso una sequenza di fenditure aperte nella copertura, reinterpretazione contemporanea dello shed industriale. Il riferimento è il profilo delle montagne circostanti, di cui l'aeroporto vuole costituire la controparte architettonica. I passeggeri attraversano ambienti luminosi e chiaramente orientati, scanditi da fasci di linee curve che guidano intuitivamente i percorsi: corpi illuminanti lineari, scale mobili, rampe e passerelle.

Lungo il tragitto incontrano anche terrazze e patii all'aperto, ricchi di vegetazione. È il segno di un'evoluzione degli spazi aeroportuali che, dopo decenni di crescente chiusura dettata dalle esigenze di sicurezza, stanno progressivamente recuperando un rapporto più diretto con il paesaggio esterno.

Categoria: Architettura e Design
Titolo: A dieci anni dalla scomparsa, due nuovi progetti in Cina dimostrano come il linguaggio dell’architetta continui a evolversi
Autore: Alessandro Benetti, giornalista