Vai al contenuto principale

L’America può continuare a vincere nonostante tutto?

Nel 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, un'analisi delle ragioni che hanno reso gli Stati Uniti la principale potenza economica mondiale e delle sfide che oggi potrebbero metterne in discussione la leadership. 

È da almeno mezzo secolo che, periodicamente, viene annunciato il declino degli Stati Uniti. Lo si è detto dopo il Vietnam, con l’arrivo della stagflazione degli anni ’70, dopo la crisi finanziaria del 2008 e, più recentemente, con l'ascesa della Cina e la crescente polarizzazione della politica americana. Eppure, ogni volta, gli Stati Uniti hanno trovato il modo di reinventarsi. Nel 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza vale quindi la pena chiedersi perché. E soprattutto se i fattori che hanno reso l'America la maggiore potenza economica della storia siano ancora validi

La risposta non è una sola. La forza americana nasce dall'intreccio di condizioni favorevoli che, rafforzandosi a vicenda, hanno creato un sistema difficilmente replicabile.

La prima è la stabilità delle istituzioni. Gli Stati Uniti hanno attraversato una guerra civile, crisi economiche devastanti, profonde fratture sociali e politiche. Eppure, per oltre due secoli, il quadro costituzionale è rimasto sostanzialmente immutato. La certezza del diritto è un enorme vantaggio competitivo che consente ad aziende e investitori di pianificare a lungo termine e al Paese di attrarre capitali da ogni parte del mondo.

La seconda condizione favorevole è la dimensione. Gli Stati Uniti sono un mercato di oltre 330 milioni di persone, unito non solo dalla lingua e dall'assenza di barriere interne, ma anche dalla stessa moneta, da un unico sistema giuridico e da un mercato dei capitali integrato. Le imprese americane possono crescere usufruendo di un enorme mercato interno prima ancora di affrontare la concorrenza internazionale. È un beneficio che nessun'altra grande economia possiede.

A queste si aggiungono vantaggi che la geografia ha donato agli Stati Uniti: immense risorse agricole, abbondanza di materie prime, enormi riserve energetiche e due oceani che li hanno protetti dai grandi conflitti. Negli ultimi anni la rivoluzione dello shale gas ha trasformato il Paese in un esportatore netto di energia, riducendo la vulnerabilità agli shock geopolitici e offrendo un vantaggio competitivo decisivo proprio mentre l'esplosione dell’intelligenza artificiale rende l'energia uno degli input strategici più importanti dell'economia digitale.

Ma forse il vero tratto distintivo dell'America è di natura culturale. Il fallimento non costituisce, come in altri Paesi, una condanna pressoché indelebile, bensì un passaggio del processo imprenditoriale. Il capitale di rischio è abbondante e il sistema favorisce il finanziamento dei migliori progetti, alimentati da un ecosistema tra industria e università che resta all'avanguardia e continua ad attrarre i migliori talenti a livello mondiale. È in questo contesto che gli Stati Uniti hanno guidato una successione quasi ininterrotta di rivoluzioni tecnologiche: dall'automobile a internet, fino all'intelligenza artificiale.

A questi fattori economici si aggiunge la dimensione strategica. Per oltre ottant'anni gli Stati Uniti hanno goduto di una superiorità militare e di una capacità di proiezione della propria potenza su scala planetaria che nessun'altra nazione ha mai posseduto. Questa leadership ha garantito la sicurezza delle rotte commerciali, rafforzato la fiducia nel dollaro e contribuito a costruire quell'ordine internazionale aperto, all’interno del quale l'economia americana ha prosperato.

Naturalmente nulla di tutto questo rende gli Stati Uniti invulnerabili. Anzi, le sfide dei prossimi anni potrebbero essere le più complesse dalla fine della Guerra Fredda.

La prima sfida – forse la più ardua – è la Cina. Pechino domina ormai la manifattura mondiale, riduce continuamente il divario tecnologico e rappresenta il primo concorrente sistemico che Washington affronta da oltre un secolo. Gli Stati Uniti conservano ancora la leadership nell'innovazione, nella finanza e nelle tecnologie di frontiera, ma il vantaggio non è più schiacciante come negli anni Novanta.

La seconda riguarda il dollaro. Come ricordava l'allora presidente francese Valéry Giscard d'Estaing, gli Stati Uniti godono di un "privilegio esorbitante": la possibilità di finanziare deficit che sarebbero insostenibili per qualsiasi altro Paese, grazie al ruolo internazionale della propria valuta. Questo privilegio non è destinato ad evaporare nel breve periodo, perché nessuna alternativa dispone di mercati finanziari altrettanto profondi e liquidi. Tuttavia, la tendenza verso una diversificazione graduale è ormai evidente.

Più preoccupante è forse il rischio geopolitico che nasce da Washington stessa. Il sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti è stato uno dei principali moltiplicatori della loro potenza economica e politica. NATO, alleanze nel Pacifico e rapporti privilegiati con le democrazie industriali hanno rafforzato l'influenza americana nel mondo. Oggi tutto ciò viene messo in discussione. Il crescente distanziamento dagli alleati tradizionali, l'uso dei dazi anche nei confronti di Paesi amici e l'approccio più transazionale alla politica estera rischiano di indebolire proprio quella rete di relazioni che ha rappresentato uno dei principali vantaggi competitivi degli Stati Uniti nel dopoguerra.

C'è poi la questione interna. Il debito pubblico continua a crescere, mentre l'invecchiamento della popolazione renderà sempre più difficile finanziare le pensioni e la sanità. Ma il vero nodo è politico. La crescente polarizzazione rischia di compromettere proprio quell'elemento che più di ogni altro ha sostenuto il successo americano: la fiducia nelle istituzioni. Se il conflitto politico dovesse tradursi in un progressivo indebolimento dello stato di diritto, della certezza delle regole e della capacità di trovare compromessi trasversali, gli Stati Uniti metterebbero a rischio il fondamento stesso della loro attrattività economica.

Eppure, sarebbe un errore scommettere ancora una volta sul declino americano. La storia insegna che la principale risorsa degli Stati Uniti non è né il dollaro, né Silicon Valley, né la potenza militare. È la straordinaria capacità di adattarsi ai cambiamenti. Dopo la grande depressione arrivò il boom del dopoguerra; dopo la crisi degli anni Settanta la rivoluzione tecnologica; dopo il 2008, quando molti parlavano di stagnazione secolare, è arrivata la leadership nell'intelligenza artificiale.

Per l'Europa la lezione è chiara. Molti vantaggi, quali la geografia, le risorse naturali o la dimensione del mercato, non sono replicabili. Altri, invece, sì: la qualità delle istituzioni, la profondità dei mercati dei capitali, il sostegno all'innovazione, la capacità di attrarre talenti e di accettare il rischio.

Per questo, a 250 anni dalla sua nascita, la domanda più interessante non è se l'America perderà il primato. È se saprà preservare le istituzioni e le alleanze che hanno reso questo primato possibile. La storia dimostra infatti che le grandi potenze raramente decadono per mancanza di risorse. Più spesso iniziano a indebolirsi proprio quando smettono di valorizzare i punti di forza che le avevano rese grandi.

Categoria: Scenario
Titolo: L’America può continuare a vincere nonostante tutto?
Autore: Dante Roscini, professore