Il cinema che ha ancora un corpo
Una nuova generazione di registi racconta desideri, identità e memoria, riportando al centro del grande schermo storie a lungo rimaste ai margini.
A Cannes, a maggio, i giornalisti contavano i film come si contano le figurine. Alla Queer Palm, il premio che dal 2010 segue i film LGBTQ+ di tutte le sezioni del festival, ne concorrevano ventidue, un record. A festival chiuso Attitude l'ha messa giù in modo sbrigativo ma efficace: «gay cinema lives!». Allora sembrava una rivendicazione, al massimo una speranza. Visto da ottobre, con mezzo listino passato da Toronto e qualche titolo in odore di Oscar, sembra quasi un eufemismo: il cinema queer non vive, prospera. E la ragione, forse, è più semplice di quanto sembri. In un momento in cui il cinema ha smesso quasi del tutto di guardare i corpi, il cinema queer è rimasto l'unico a farlo senza imbarazzo.
I numeri, del resto, raccontano un cinema che si è fatto pudico. Secondo un'analisi del data analyst Stephen Follows per l'Economist sui 250 film di maggiore incasso di ogni anno, il contenuto sessuale è calato di quasi il 40 per cento tra il 2000 e il 2023, e i film che non ne hanno affatto sono passati da meno di uno su cinque a quasi la metà. Il risultato è un cinema di corpi perfetti e intoccati, di supereroi senza desiderio e commedie romantiche che finiscono con un bacio. In questo vuoto, i film queer di quest'anno fanno l'opposto: mettono al centro l'intimità, la pelle, la malattia, il travestimento, il desiderio. Non per provocare, ma perché per chi li racconta i corpi sono sempre stati la questione politica per eccellenza: quelli nascosti, quelli puniti, quelli consumati da una malattia di cui non si poteva parlare.
Bisogna partire per forza da La bola negra, se non altro perché è il film di cui si è parlato di più. In Italia i suoi registi li conoscono in pochi, in Spagna li conoscono tutti e li chiamano "los Javis": Javier Calvo e Javier Ambrossi, ex compagni nella vita oltre che nel lavoro, partiti dalla televisione (Paquita Salas, poi Veneno e La Mesías, una delle serie europee più strane e belle degli ultimi anni). Stavolta hanno preso le quattro pagine di un romanzo che Federico García Lorca non riuscì a finire, la storia di un giovane gay respinto da un circolo di Granada, e ne hanno tirato fuori due ore e trentacinque di melodramma diviso tra il 1932, il 1937 e il 2017, tre vite legate, dice la sinossi ufficiale, dalla sessualità e dal desiderio. Ci sono Penélope Cruz e Glenn Close, e c'è Guitarricadelafuente, che di solito canta. Alla prima gli applausi sono durati sedici minuti secondo Variety, venti secondo Deadline, e loro due dal palco hanno detto la frase che poi hanno ripreso tutti: «Novant'anni fa Federico García Lorca fu assassinato perché era gay». Poi il premio per la regia, condiviso con Paweł Pawlikowski per Fatherland, il premio del pubblico a Toronto, che da anni è uno dei termometri più affidabili per gli Oscar, e la scelta della Spagna di candidarlo come miglior film internazionale. A questo punto tanto vale puntare al palco del Dolby Theatre.
C'è un'aria da archivio, in tanti di questi film, e non è un caso. Quando il cinema queer guarda indietro, guarda soprattutto agli anni dell'Aids, cioè al momento in cui il corpo desiderante è diventato anche un corpo malato, e quindi da nascondere. Ira Sachs, che con Peter Hujar's Day aveva già raccontato la New York artistica degli anni Settanta, in The Man I Love torna alla fine degli anni Ottanta: Rami Malek è Jimmy George, un performer che sta male, molto, e continua lo stesso a salire sul palco, accanto a Tom Sturridge e Rebecca Hall. Sachs ha spiegato all'Associated Press di aver voluto un film pieno di emozione, di dolore e di pelle: «È un film sexy». Malek, dal canto suo, ha ammesso che gli ci è voluto un po' per capire che parlava più della vita che della morte. Stessi anni, altra città: Simon Stone in Elsinore racconta Ian Charleson, che i più ricordano per Momenti di gloria e che nel 1989 si ritrovò a fare Amleto al National Theatre al posto di Daniel Day-Lewis, mentre l'Aids lo stava distruggendo. Morì l'anno dopo, a quarant'anni. Lo interpreta Andrew Scott, accanto a Olivia Colman, e a Toronto il film ha vinto il premio del pubblico internazionale. In America esce il 20 novembre. Scott è un attore che prima o poi verrà riconosciuto come il più grande talento interpretativo della sua generazione, e questo potrebbe essere il film giusto.
Poi c'è Coward, che di corpi parla nel modo più pudico e proprio per questo più struggente. Lukas Dhont, il regista di Girl e Close, è partito da una vecchia foto della Grande guerra in cui un soldato belga è vestito da donna. Da lì il film: 1916, il fronte, due ragazzi che dietro le trincee organizzano spettacoli di varietà con costumi cuciti mettendo assieme pezzi di paracadute e intanto si innamorano. Il travestimento, qui, è l'unico modo per mostrare un corpo che desidera senza essere scoperti. Erano uomini, ha detto Dhont alla Reuters, il cui amore «doveva restare in silenzio». Dhont l'ha definito il suo progetto più ambizioso, e a vederne le immagini non si fa fatica a credergli.
Gli americani hanno meno nostalgia, o forse ne hanno una diversa, e le cose le dicono già dal titolo. Jane Schoenbrun, quella di I Saw the TV Glow, ha vinto la Queer Palm con Teenage Sex and Death at Camp Miasma, uscito in Italia ad agosto con Mubi. Hannah Einbinder, che i più "seriofili" conosceranno come la co-protagonista di Hacks, è una regista queer incaricata di rilanciare una saga slasher ormai sfinita, che finisce per perdere la testa per l'attrice del primo film, Gillian Anderson. Schoenbrun ha spiegato che uno dei temi del film è imparare a godersi la sessualità dopo la transizione, dopo anni passati in un corpo sbagliato: difficile immaginare un discorso più politico fatto con un horror. Club Kid, invece, è piaciuto quasi a tutti. Jordan Firstman lo ha scritto, diretto e interpretato: è un PR della notte queer di New York, che a un certo punto scopre di avere un figlio di dieci anni. Da dove gli è venuta l'idea? Da un periodo, ha raccontato a Deadline, in cui era «circondato da bambini, per qualche motivo». A24 lo fa uscire negli Stati Uniti il 6 novembre.
Il Teddy Award, il premio queer della Berlinale, quest'anno ha compiuto quarant'anni e li ha festeggiati con 45 film da più di trenta Paesi. Ha vinto Iván & Hadoum dello spagnolo Ian de la Rosa; tra i documentari Barbara Forever di Brydie O'Connor, sulla regista sperimentale Barbara Hammer, e a Céline Sciamma è andato il premio speciale. A Venezia, invece, il Queer Lion è andato a pari merito a Queer Edward II di Theo Rollason e a un film di cui da noi non ha parlato quasi nessuno: London, brasiliano, girato a Porto Alegre da Victor Di Marco e Márcio Picoli. Il protagonista, interpretato dallo stesso Di Marco, ha una disabilità e si guadagna da vivere esibendosi in un locale notturno. La giuria l'ha premiato per aver portato il corpo queer in uno spazio di «autodeterminazione, desiderio, potere». Niente campagne per gli Oscar, niente Penélope Cruz. Ma se uno volesse capire dove sta andando questa stagione, e perché è così forte, probabilmente dovrebbe cominciare da qui: da un corpo che il cinema di solito non mostra, e che qui invece si prende tutto lo schermo.
Categoria: Cinema
Titolo: Il cinema che ha ancora un corpo
Autore: Francesco Gerardi, giornalista
