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Route 66, cent’anni di mito americano

Il simbolo della mobilità americana. Un viaggio tra paesaggi e immaginari che racconta l’evoluzione degli Stati Uniti e continua a esercitare un fascino globale.

Non c’è niente da fare: certe cose gli americani le sanno trasformare in mito meglio degli altri. Che si tratti di hamburger, degli Oscar, di Elvis Presley, dell’allunaggio o di un viaggio sulla Route 66, hanno una capacità unica di prendere qualcosa e farne un’epica. La Route 66 infatti è (era, lo vedremo più avanti) una strada, sì, ma è diventata per tanti motivi molto più di una striscia di miglia e asfalto: soprattutto perché è il posto in cui l’America ha raccontato sé stessa senza bisogno di parole. Non solo: la Route 66 ha anche trasformato un’azione tutto sommato banale come andare dal punto A al punto B in cosa? In una promessa. Una promessa di libertà, di fuga, di reinvenzione, di nuova vita; una strada che ti dice che quell’oltre che sogni, che speri esista, esiste davvero. Ed è lungo la Route 66, che quest’anno compie un secolo. Una strada che nasce come asse Chicago-California e nella sua versione “classica” misurava 2.448 miglia - cioè 3.940 km - attraverso Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California. La 66 - che scorre addirittura attraverso differenti fusi orari - copre una distanza che in Europa suona quasi astratta: comunque per noi sarebbe grossomodo come guidare in autostrada da Lisbona, Portogallo, a Vilnius, Lituania, e sarebbe probabilmente un viaggio incredibile anche quello, certo. Ma avrebbe qualcosa di molto diverso da quello lungo la Route 66: prima di tutto, l’estetica. I diner, i motel, le pompe di benzina abbandonate, le insegne al neon, tutto oggi - quando non accuratamente musealizzato - abbastanza rugginoso, abbandonato da ghost town, più che fané. E poi, l’altra differenza con l’Europa, il paesaggio. Un paesaggio che passa dal Midwest agricolo, all’Oklahoma piatto, e poi i canyon, il Mojave… spazi infiniti cui nel vecchio continente non siamo proprio abituati, spazi fatti apposta per farti credere che la vita - la tua vita - lì potrebbe ricominciare dappertutto. 

L’epopea di questo sogno americanissimo comincia più di un secolo fa, quando nel 1921 negli Stati Uniti nasce l’idea di una rete stradale nazionale. Nel 1926, con il primo sistema federale di strade numerate, quel corridoio sterrato che attraversa più o meno in diagonale l’America da Ovest a Est riceve il numero “66”. Non è ancora un’autostrada nel senso che intendiamo oggi, ma è la cucitura di strade statali già esistenti che entrano nei centri abitati perché lì c’è la vita, c’è bisogno di arrivarci in maniera possibilmente comoda (per i tempi) e lì ci sono, soprattutto, i soldi. Per anni dal 1926 la Route 66 è un nastro di tratti asfaltati e tratti no, deviazioni, lavori, polvere e non sarà completamente asfaltata fino al 1938: più che correre, visti sia i limiti che le prestazioni dei camion, delle auto e delle moto dei tempi, la si attraversa, e attraversandola nasce un’economia nuova, quella dei servizi stradali e della sosta come business. I pianificatori immaginano la 66 fin dall’inizio come un filo che tocchi le main street delle comunità grandi e piccole che attraversa, perché è lì che il traffico può diventare reddito per le comunità locali disseminate lungo quelle famose 2.448 miglia. È un itinerario talmente lungo che contiene tutto: e riesce a contenere il viaggio per diletto e il viaggio per disperazione nello stesso fotogramma. Negli anni Trenta infatti la Route 66 diventa anche la via di fuga delle migrazioni interne dal Dust Bowl verso la California, è la “Mother Road” di cui scrive Steinbeck in Furore, una madre di tutte le strade dove viaggiano famiglie, spesso con misere masserizie legate da un filo di speranze e umiliazioni nel cassone del pick-up. 

Steinbeck e Furore timbrano l’ingresso della Route 66 nell’immaginario letterario; Hollywood lo fissa subito dopo con l’adattamento cinematografico del 1940. Poi è la musica a trasformarla in pop planetario: nel 1946 Bobby Troup scrive (Get Your Kicks on) Route 66, Nat King Cole la trasforma in una hit, e da lì il brano diventa uno standard che attraversa decenni e generi, tra cover e riletture che spaziano da Chuck Berry ai Rolling Stones e persino i Depeche Mode. Negli anni Sessanta arriva negli Stati Uniti una serie TV che porta il suo nome, Route 66, facendo della strada un set mobile dell’America in trasformazione. E quando la 66 “muore” come infrastruttura rinasce al cinema, con Bagdad Café (1987) e Cars (2006)

Restiamo ancora un attimo negli anni Cinquanta però, perché al tempo l’America sta preparando un’altra idea di strada: più veloce, più larga, più razionale, frutto dell’impatto delle autobahn tedesche viste in Europa durante la Seconda guerra mondiale da Dwight D. Eisenhower. Nel 1956 comincia così l’era delle autostrade Interstate: è la modernità che arriva con le sue tante corsie e la Route 66, pian piano, diventa vecchia. Nel giro di trent’anni da allora - metà anni Cinquanta - la ruggine ha tutto il tempo di corrodere un bel pezzo di storia americana, tanto che nel giugno del 1985 la Route 66 dal punto di vista burocratico viene «decommissioned». Non è che l’asfalto sparisca, ma la strada smette di esistere come entità ufficiale e tolgono i cartelli col 66. Ma gli americani non sarebbero i più bravi a creare miti se i miti obbedissero ai burocrati. Infatti il Congresso riconosce il valore simbolico della 66 già nel 1990 con il Route 66 Study Act, e intorno a quel riconoscimento - sono appena finiti gli anni Ottanta, la Route 66 nell’immaginario sta passando da strada vecchia a strada storica - cresce una seconda vita, così tra cartelli “Historic Route 66” e restauri di insegne al neon fulminate da decenni arriva anche il turismo internazionale. È un meraviglioso paradosso, ma se c’è una mitologia forte di mezzo non c’è poi da stupirsi: una strada muore come infrastruttura e risorge come patrimonio storico, culturale, paesaggistico. Il centenario, allora, non celebra così tanto una continuità materiale ma una continuità di immaginario che nessun’altra strada al mondo è riuscita a produrre. E qui entra in gioco anche il nostro presente che, senza volerlo, continua a mantenere in vita quell’immaginario: con il GPS che toglie la possibilità di sbagliare strada, la mobilità in sharing che toglie la proprietà del mezzo e le piattaforme che riducono andare dal punto A al punto B a una questione di interfaccia, mentre prima? A ben ricordare, era una promessa, la promessa della Route 66: che resiste proprio perché è l’opposto dell’efficiente algoritmo, è una linea storta di soste e di tempo perso. Forse per questo continua ad affascinare anche chi non l’ha mai percorsa, perché la Route 66 parla della possibilità di cambiare scena, di attraversare qualcosa - uno Stato, un deserto, una stagione della vita - e uscirne diversi. 

Categoria: Motori
Titolo: Route 66, cent’anni di mito americano
Autore: Gabriele Ferraresi