Il Giappone non trema da solo: perché la sua crisi obbligazionaria riguarda tutti
Anche il Paese simbolo dei tassi zero deve fare i conti con debito, inflazione e promesse politiche.
Per decenni il Giappone è sembrato sfuggire alle leggi dell’economia. Pur avendo il più alto debito pubblico tra le economie avanzate - più del doppio del Prodotto Interno Lordo - la banca centrale ha mantenuto i tassi di interesse vicini allo zero, senza generare inflazione. Da qui è nato un mito rassicurante: il Giappone era semplicemente diverso. Un Paese stabile e prevedibile, dove i tassi erano talmente bassi da sembrare una costante naturale, come il Monte Fuji all’orizzonte.
Oggi quella certezza sta venendo meno. E il fatto che proprio il Giappone mostri segni di instabilità dovrebbe far riflettere governi e investitori di tutto il mondo.
Negli ultimi mesi i titoli di Stato giapponesi - i prestiti che lo Stato chiede ai mercati per finanziare la spesa pubblica - hanno iniziato a muoversi in modo brusco. Gli interessi richiesti dagli investitori sono saliti rapidamente, soprattutto sulle scadenze più lunghe, mentre lo yen, contrariamente a quanto insegnano i manuali, si è indebolito. Movimenti di questo tipo, in un mercato storicamente immobile come quello giapponese, sono tutt’altro che normali.
La scintilla è stata politica. La nuova premier, Sanae Takaichi ha convocato elezioni anticipate, che ha vinto in modo schiacciante, rafforzando il proprio mandato per una svolta netta in economia - più spesa pubblica, meno tasse, più sussidi per contrastare il caro vita. È un messaggio popolare, ma costoso. Per mantenerlo, lo Stato dovrebbe indebitarsi ancora di più.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere: quando un governo dà l’impressione di voler aumentare la spesa senza spiegare in modo credibile come la finanzierà, chi presta denaro chiede una compensazione maggiore: in altre parole, alza l’interesse sul prestito. È ciò che è accaduto in Giappone. Il rendimento dei titoli a 30 e 40 anni si è impennato toccando picchi mai visti prima, con oscillazioni giornaliere che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate impensabili. Dopo le elezioni i rendimenti si sono parzialmente stabilizzati ma restando a livelli elevati.
A rendere il quadro più delicato c’è il cambiamento di rotta della banca centrale. Per anni la Banca del Giappone ha tenuto gli interessi artificialmente bassi comprando grandi quantità di titoli di Stato. Era il suo modo di combattere la deflazione e sostenere l’economia. Quella ricetta ha funzionato: oggi l’inflazione è tornata, i salari stanno crescendo e la banca centrale ha iniziato ad alzare i tassi, segnalando che l’era del denaro quasi gratuito è finita.
Qui emerge una contraddizione che non riguarda solo Tokyo. Da un lato la politica promette più spesa per rispondere al malcontento sociale; dall’altro la nuova realtà dei tassi più alti impone maggiore prudenza. Quando queste due forze vanno in direzioni opposte, i mercati si innervosiscono. La storia recente del Regno Unito, con la crisi del governo Truss nel 2022, è ancora ben presente nella memoria degli investitori.
Perché tutto questo dovrebbe interessarci fuori dal Giappone? Perché il Giappone non è un Paese qualunque. È uno dei grandi finanziatori del mondo. Per anni risparmiatori e istituzioni giapponesi hanno investito enormi somme negli Stati Uniti e in Europa, alla ricerca di tassi maggiori di quelli in patria. Questo flusso di capitali ha contribuito a mantenere bassi i costi del debito anche altrove.
Se ora tornasse più conveniente investire in Giappone, una parte dei capitali nipponici potrebbe rientrare. Non serve un esodo di massa per creare problemi: basta che i flussi rallentino. Meno domanda per i titoli americani ed europei significa interessi più alti anche per questi, che si traducono in mutui più cari, prestiti più costosi per le imprese e bilanci pubblici sotto pressione.
C’è poi un altro meccanismo meno visibile ma altrettanto importante: il cosiddetto “Carry Trade” con cui per anni molti investitori hanno preso in prestito yen a tassi bassissimi per investire in attività più redditizie nel resto del mondo. Laddove il costo del denaro in Giappone dovesse continuare a salire, questa strategia perderebbe convenienza e potrebbe essere smontata in fretta. In tal caso gli investitori venderebbero asset in tutto il mondo per chiudere le posizioni, amplificando la volatilità sui mercati globali.
La lezione di fondo è semplice. Il Giappone è stato spesso citato come la prova che un alto debito pubblico non fosse necessariamente un problema. Ma quella conclusione si reggeva su un presupposto fragile: tassi di interesse permanentemente bassi. Venendo meno tale condizione, emergono i limiti di un modello basato sull’idea che il tempo e la politica monetaria possano risolvere tutto.
Il Giappone ha ancora margini di manovra, grazie alla ricchezza privata e alla credibilità delle sue istituzioni. Ma il messaggio che arriva da Tokyo è chiaro: anche i Paesi considerati più solidi non sono immuni da contraccolpi quando debito elevato, inflazione e promesse politiche entrano in rotta di collisione. Ignorare questo segnale significherebbe rischiare che la prossima scossa arrivi più vicino a casa.
Il Giappone non è l’eccezione che smentisce le regole. È il primo grande Paese che ci mostra cosa succede quando le regole tornano a valere.
Categoria: Scenario
Titolo: Il Giappone non trema da solo: perché la sua crisi obbligazionaria riguarda tutti
Autore: Dante Roscini
