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Cosa c'è davvero dietro il private credit

Prestiti opachi, liquidità fragile e nuovi rischi sistemici: quello che gli investitori devono sapere.

Immaginate di scoprire che il fondo pensione su cui fate affidamento per il vostro futuro abbia investito in prestiti concessi ad aziende rischiose: attivi difficili da vendere, valutati più tramite modelli interni che attraverso prezzi di mercato. Non è uno scenario ipotetico, ma una descrizione di ciò che sta accadendo nel mondo del private credit, un settore che, dopo anni di crescita silenziosa, ha iniziato a mostrare qualche crepa.

Il private credit consiste in finanziamenti erogati al di fuori del sistema bancario tradizionale. Invece di rivolgersi a una banca, le imprese — spesso le più rischiose o già fortemente indebitate — ottengono credito da fondi di investimento. Questo modello si è sviluppato rapidamente dopo la crisi del 2008, quando le banche, sottoposte a regolamentazioni più stringenti, hanno ridotto l’offerta di prestiti più rischiosi. Ne è nato un mercato di dimensioni rilevanti: stimato oggi intorno ai 2.000 miliardi di dollari a livello globale non è più una nicchia.

Fin qui, nulla di particolarmente allarmante. Il problema risiede nelle modalità con cui questo credito viene concesso e finanziato.

Il primo nodo è la scarsa trasparenza. A differenza dei mercati finanziari tradizionali, dove i prezzi sono pubblici e aggiornati in tempo reale, nel private credit le informazioni sono limitate. I prestiti vengono scambiati raramente e spesso non esiste un prezzo osservabile. Questo implica che i rischi possano accumularsi senza essere visibili — almeno finché qualcosa non va storto.

Il secondo nodo è l’illusione della liquidità. Molti fondi concedono prestiti a lungo termine, ma offrono agli investitori la possibilità di ritirare il capitale con una certa frequenza. In teoria, il meccanismo appare semplice; in pratica, genera una contraddizione. Se un numero elevato di investitori chiede il rimborso simultaneamente, i fondi non sono in grado di liquidare rapidamente gli attivi senza subire perdite. Ed è proprio ciò che si è visto.

Negli ultimi mesi, grandi operatori come BlackRock, Blackstone, Apollo e Blue Owl hanno registrato molte richieste di riscatto, arrivando in diversi casi a doverle limitare per evitare vendite forzate. È un segnale significativo: quando la fiducia comincia a incrinarsi, anche un sistema apparentemente solido può rivelarsi fragile.

Esiste poi un terzo problema, meno visibile ma forse ancora più rilevante: la qualità dei prestiti. Negli anni di tassi bassi, il settore è cresciuto rapidamente e la competizione tra fondi ha spinto verso condizioni di finanziamento sempre più aggressive. In alcuni casi, le tutele contrattuali sono state indebolite o rese più flessibili, aumentando il rischio di perdite future.

A ciò si aggiunge una forte concentrazione settoriale, in particolare nel comparto software. Una quota significativa dei prestiti è stata concessa a società tecnologiche, spesso controllate da fondi di private equity. Oggi però questo settore è sotto pressione, anche a causa dell’impatto dell’intelligenza artificiale, che potrebbe modificare rapidamente i modelli di business. Se queste aziende dovessero entrare in difficoltà, anche i loro crediti potrebbero deteriorarsi.

Non si tratta soltanto di un tema che riguarda investitori sofisticati. Negli ultimi anni, il private credit è stato sempre più finanziato indirettamente dai risparmi delle famiglie — attraverso fondi, assicurazioni e altri strumenti di investimento. Questo implica che eventuali criticità non resterebbero confinate a Wall Street, ma potrebbero avere effetti più ampi sull’economia reale: meno credito alle imprese, minori investimenti e, in ultima analisi, crescita più debole.

Alcuni osservano che diversi problemi sono stati finora nascosti o rinviati. Le rinegoziazioni dei prestiti o i rinvii dei pagamenti — il cosiddetto amend-and-pretend — consentono di evitare default immediati, ma rischiano di accumulare tensioni nel sistema.

È però importante evitare conclusioni affrettate e, se alcuni analisti prevedono una potenziale crisi sistemica, altri ritengono che i tassi di default possano aumentare pur restando sotto controllo. In questa prospettiva, il settore starebbe attraversando semplicemente un “ritorno alla normalità” dopo anni di condizioni eccezionalmente favorevoli.

La verità, probabilmente, si colloca nel mezzo. Il private credit non è necessariamente una bomba pronta a esplodere, ma neppure quel prodotto stabile e prevedibile come spesso è stato presentato.

Più che una crisi improvvisa, è possibile un deterioramento graduale: prestiti che valgono meno del previsto, investitori che scoprono di non poter uscire quando lo desiderano, credito che diventa più scarso e costoso per le imprese.

Per anni, il rischio è rimasto nascosto dietro rendimenti elevati e un’apparente stabilità. Ma come spesso accade nella finanza, il problema non è soltanto il livello del rischio, quanto il fatto che non sia stato adeguatamente compreso e anticipato. Il private credit è cresciuto più rapidamente della nostra capacità di analizzarlo e regolamentarlo, riproducendo vulnerabilità già note — opacità, illiquidità e potenziale contagio — in una forma nuova.

Il pericolo è che i rischi accumulati nell’ombra, prima o poi, vengano alla luce.

Categoria: Scenario
Titolo: Cosa c’è davvero dietro il private credit
Autore: Dante Roscini, professore