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Biennale Arte 2026, ascoltare le tonalità minori

La 61sima edizione che inaugura il 9 maggio “In Minor Keys” è un invito a rallentare, entrare in relazione e riscoprire il potere collettivo dell’arte.

“La 61ª edizione della Biennale Arte si fonda su una profonda fiducia negli artisti quali interpreti essenziali della condizione sociale e psichica, nonché catalizzatori di nuove relazioni e possibilità. La composizione della mostra è costituita da pratiche artistiche che aprono portali, che rinnovano e nutrono, che stimolano il rapporto e la relazione, e che promuovono l’avanzamento del concetto e della forma attraverso reti e scuole ‒ intese in modo libero e informale. L’effetto voluto mescola coesione e dissonanza alla maniera di un ensemble di free jazz o, forse, alla scala della Biennale Arte, di un festival di ensemble con un presupposto comune: che la poetica libera e le persone creano insieme la bellezza”. Sono queste le parole scelte da Koyo Kouoh – curatrice della 61ª esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, prematuramente scomparsa a maggio 2025 – per descrivere lo spirito e le peculiarità di In Minor Keys, la mostra che riunisce, fra Arsenale, Giardini e varie sedi della città, centoundici artisti provenienti da contesti geografici diversi e legati dal filo sottile delle consonanze identificate da Kouoh e dal suo team, del quale fanno parte Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi.

Definendo la propria Biennale “una mostra sintonizzata sulle tonalità minori” evocate dal titolo, la curatrice ha lasciato in eredità ai suoi collaboratori e al pubblico un impianto concettuale in cui l’idea di relazione si irradia dall’opera allo spazio, non soltanto fisico e sociale, ma anche emotivo e sensoriale. “Rifiutando lo spettacolo dell’orrore, è giunto il momento di ascoltare le tonalità minori, di sintonizzarsi sottovoce sui sussurri e sulle frequenze più basse; di scoprire le oasi, le isole, dove si tutela la dignità di tutti gli esseri viventi”, ha scritto Koyo Kouoh, ponendosi in ascolto delle tonalità minori veicolate dagli artisti ed evitando di parlare al loro posto. Pure le modalità di relazione fra la curatrice e la sua squadra durante le fasi iniziali della progettazione hanno rispettato le logiche del dialogo e della condivisione spontanea, culminando nella riunione tenutasi ad aprile 2025 presso RAW Material Company, il centro culturale fondato da Kouoh a Dakar. “Temi come l’incantamento, la fecondità e la condivisione, nonché pratiche generative indirizzate alla collettività, sono emersi in modo naturale. L’ultimo giorno, certa di aver raggiunto l’obiettivo più difficile, Koyo ha assegnato a ciascuno di noi una missione. […] Riuscivamo a sentire la musica che con tanta grazia Koyo aveva composto insieme a noi sotto l’ombra protettiva di un generoso albero di mango”, ha dichiarato il team della curatrice durante la conferenza stampa di presentazione di In Minor Keys. Una musica destinata a riverberarsi nella struttura della rassegna, “che anziché procedere per sezioni è organizzata secondo priorità che scorrono sottotraccia”, spiega il team. Una di queste è Shrines” (Altari): il Padiglione Centrale recentemente riqualificato accoglie l’omaggio all’artista, poeta, drammaturgo e cofondatore del collettivo rivoluzionario Laboratoire Agit’Art a Dakar Issa Samb e a Beverly Buchanan, artista impegnata nella rilettura della memoria storica di luoghi e comunità attraverso un punto di vista anti-monumentale. Un confronto che, lontano dai principi della retrospettiva, sintetizza il desiderio di Kouoh di innescare rimandi liberi e trasversali, in grado di risuonare all’interno di pratiche apparentemente lontane, nel solco di un flusso che assume le sembianze della processione. Traendo spunto dalle coreografie carnevalesche e dai raduni di matrice afro atlantica, il motivo della processione genera la risposta relazionale dei visitatori, sovvertendo ancora una volta i dettami della gerarchia e offrendo una prospettiva volutamente mobile, riportando dunque alla mente l’essenza stessa dei raduni collettivi, dove il corpo del singolo si mescola a quello della folla. Gli interventi di Big Chief Demond Melancon, Nick Cave, Daniel Lind-Ramos, Ebony G. Patterson ben esemplificano tale dimensione e l’allestimento a firma di Wolff Architects ne valorizza le caratteristiche, prestando particolare attenzione alle potenzialità della soglia come varco trasformativo e orizzonte di scambio fra esperienze complementari. Le gerarchie si capovolgono anche nel Carnevalesco e lavori come quelli di Bubu de la Madeleine, Yoshiko Shimada, Alan Phelan, Guadalupe Rosales, Carrie Schneider, Natalia Lassalle-Morillo intessono un sistema di sovversione rispetto al potere prestabilito, dando sostanza a una riflessione intensificata dall’incontro con l’altro.

Un'ulteriore priorità nella visione curatoriale espansa di Kouoh è l’ecosistema delle “Schools” (Scuole), ovvero istituzioni e reti create e supportate dagli artisti, connesse al territorio di appartenenza e protese verso l’esterno. Al pari di RAW Material Company fondata da Kouoh, realtà quali blaxTARLINES KUMASI, Denniston Hill, G.A.S. Foundation, Nairobi Contemporary Art Institute e Lugar a Dudas individuano nella conoscenza e nell’apprendimento gli strumenti per rafforzare una prassi relazionale che accomuni partecipanti, artisti e nuovi soggetti interessati a un metodo improntato all’etica della collaborazione.

Il risalto dato allo spazio del riposo trova come sempre la sua ragion d’essere nelle parole della curatrice consegnate al futuro: “Le tonalità minori sono anche isole minori: mondi in mezzo agli oceani, con ecosistemi distinti e infinitamente ricchi, vite sociali articolate ‒ nel bene e nel male ‒ all’interno di strutture politiche ben più vaste e poste in gioco ecologiche di grande rilievo. In questo contesto, l’evocazione della tonalità e dell’isola si estende a un arcipelago di oasi: giardini, cortili, residenze, loft, piste da ballo ‒ gli altri mondi creati dagli artisti, universi intimi e conviviali che rigenerano e sostengono anche nei momenti più bui; anzi, soprattutto nei momenti più bui”. Ecco allora che il giardino creolo e il cortile, rivisitati da Otobong Nkanga, Theo Eshetu, Sabian Baumann, Carolina Caycedo, Carsten Höller, stabiliscono una serie di corrispondenze con il tempo presente, dimostrando l’importanza di abbandonarsi allo stupore e alla contemplazione in un ambiente comunitario e invitando il pubblico della Biennale a fare altrettanto, sollecitato pure dalle opere di Kader Attia, Pauline Oliveros, Laurie Anderson, Manuel Mathieu, Éric Baudelaire.

L’afflato collettivo e dunque relazionale della mostra voluta da Koyo Kouoh si propaga all’aspetto performativo, incluso nella moltitudine di linguaggi ospiti di In Minor Keys: il motivo della processione ricorre nella performance eseguita, nei Giardini della Biennale, da alcuni poeti e ispirata a Poetry Caravan, il viaggio da Dakar a Timbuktu compiuto da Kouoh nel 1999 insieme a nove poeti africani. Un’azione che non solo rende onore alla memoria della curatrice, ma che funge da monito sulla rilevanza della memoria e dei gesti condivisi.

Categoria: Arte
Titolo: Biennale Arte 2026, ascoltare le tonalità minori
Autore: Arianna Testino, giornalista