Il nuovo volto del New Museum
L’evoluzione di un quartiere e del modo stesso di costruire musei nel XXI secolo.
Nel 2008, la celebre storica dell’architettura Joan Ockman recensiva la nuova sede del New Museum di New York sull’altrettanto celebre rivista di architettura italiana Casabella, riservando all’edificio molti elogi e pochi appunti negativi. L’articolo si concludeva con una previsione dell’impatto che il museo avrebbe avuto sul suo quartiere, quel Lower East Side che all’epoca restava uno degli angoli più ruvidi di una Manhattan altrimenti già abbondantemente gentrificata. Ockman scriveva: “Per valutare quanto sia significativa un’esperienza architettonica ci si potrebbe chiedere quanto ha cambiato la nostra visione del mondo. Una volta usciti dal museo, le insegne sudice, i pezzi di cucine ammaccati, le vetrine coperte di lamiera ondulata, i secchi della spazzatura rovinati, le grate della metropolitana e tutta la robaccia che caratterizza il paesaggio deprimente della Bowery acquistano una sorprendente bellezza, che preannuncia un destino di trasformazione”.
Quasi vent’anni più tardi, la trasformazione può dirsi compiuta. L’elegante e rarefatto edificio progettato da SANAA, lo studio giapponese di Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, ha funzionato come un cavallo di Troia, capace di estendere verso est le atmosfere, le frequentazioni e i valori immobiliari del vicino distretto artistico-creativo di SoHo, dove il New Museum stabilì la sua primissima sede nel 1977. L’architettura di SANAA, concepita come un’instabile e astratta sovrapposizione di container, elevati su sette piani e interamente avvolti da un rivestimento di maglia in alluminio anodizzato, è invecchiata benissimo ed è assurta al ruolo di landmark di un quartiere molto orizzontale, per gli standard newyorkesi. Il successo dell’istituzione, però, ne ha reso necessario l’ampliamento, affidato nuovamente a uno studio di fama mondiale e di altissimo livello, l’Office for Metropolitan Architecture (OMA) del nederlandese Rem Koolhaas. Inaugurata nel marzo del 2026, l’estensione è il primo edificio a destinazione culturale realizzato da OMA a New York e si aggiunge alla lunghissima lista di sedi museali contemporanee d’autore presenti in città – che nell’ultimo decennio si è arricchita anche del Whitney Museum di Renzo Piano (2015) e dello spettacolare Shed di Diller Scofidio + Renfro (2019), solo per citare gli episodi più conosciuti.
Il progetto di OMA è un esercizio delicato di confronto con un’architettura recente, ma apprezzatissima e già storicizzata. Koolhaas, che negli anni ha preso le distanze dal motto f***k the context che contribuì a renderlo celebre negli anni ’90, ne parla in questi termini: “Il nostro approccio completa e rispetta l’integrità del vicino edificio di SANAA, dichiarando al tempo stesso la sua identità individuale. Il New Museum sarà composto da una coppia sinergica di architetture, che collaborano sul piano spaziale e programmatico, offrendo un catalogo di spazi adatto alle ambizioni curatoriali e alla programmazione varia dell’istituzione”. Un primo importante elemento di continuità tra i due corpi di fabbrica è il loro rivestimento: le facciate in vetro stratificato con rete metallica integrata di OMA richiamano, senza imitarle, quelle di SANAA. Così, durante il giorno le differenze geometriche tra i due blocchi sono temperate dal loro simile aspetto etereo. All’interno, gli interpiani del nuovo edificio si posizionano logicamente alla stessa quota di quelli esistenti, “sfondandone” di fatto le pareti meridionali e duplicando le superfici delle gallerie espositive del primo, del secondo e del terzo piano.
L’estensione di OMA si distingue innanzitutto per la sua forma. Ai parallelepipedi di SANAA, di per sé minimalisti anche se impilati in una catasta complessa, si affianca un singolo volume sfaccettato, prodotto contemporaneo della ricerca decostruttivista iniziata da Koolhaas negli anni ’70. Come nei suoi migliori progetti, non si tratta di un formalismo ma di una riflessione sulle potenzialità spaziali e funzionali delle geometrie complesse. In questo caso, la deformazione del solido costruito serve a trasformare la facciata da schermo bidimensionale, che separa il dentro dal fuori, in una soglia spessa e polivalente, che apre il museo verso la città. L’arretramento triangolare che si allarga precipitando dal terzo livello al suolo è funzionale a definire un piccolo slargo pubblico sulla Bowery. Attraverso questa “fessura”, l’asse perpendicolare di Prince Street, proveniente da SoHo e che in precedenza si scontrava con la cortina edilizia compatta, si allunga virtualmente nell’atrio del museo, da cui si accede direttamente al ristorante e alla scala che collega tutti i piani. Quest’ultima è una sequenza di rampe diverse per lunghezza e orientamento, che si snodano interamente lungo la facciata su strada. Al quarto, quinto e sesto livello danno accesso a terrazze incassate nella singola falda multipiano che termina l’edificio. È una soluzione già adottata da Koolhaas in una delle sue architetture a funzione culturale più iconiche e celebrate, la Casa da Musica di Porto (1999-2005), mentre la rampa che prosegue il sistema dei percorsi attraverso l’auditorium ricorda la più antica e ancor più apprezzata Kunsthal di Rotterdam (1987-1992). Al calare della notte, i flussi interni si mostrano alla città attraverso finestrature a nastro continue e sempre illuminate, con un’estroversione che bilancia l’ermetismo dei blocchi di SANAA.
Il Lower East Side è ormai un contesto amichevole e pacificato. Il New Museum registra questa evoluzione e si reinventa da raffinata astronave a luminosa lanterna di quartiere. Il risultato è riuscito, tanto da ottenere una recensione positiva persino da parte di Olly Wainwright, severissimo critico di architettura del Guardian, tra i più temuti dagli stararchitects contemporanei. Wainwright ne ha seriamente lodato l’ampliamento delle superfici espositive e la connessione finalmente fluida e intuitiva tra i diversi livelli, tra le altre cose. Non ha potuto trattenersi, però, dallo stoccare almeno una frecciatina a un’estetica spigolosa che, in sé, è ormai un tantino obsoleta. Un suo recente post Instagram si apre con una domanda ironica, che non sarà piaciuta a Koolhaas: “Chi ha parcheggiato il suo Cybertruck di fianco al New Museum?"
Categoria: Architettura
Titolo: Il nuovo volto del New Museum
Autore: Alessandro Benetti, giornalista
