L’arte al cospetto della catastrofe ambientale
Chi sono gli artisti della transizione ecologica.
Come reagisce l’arte di fronte alle inesorabili trasformazioni climatiche e alle loro conseguenze sul piano sociale, politico ed economico? Tentiamo di dare risposta a questa domanda analizzando la poetica e gli interventi di due artisti internazionali e di un artista italiano, nati negli anni Settanta del secolo scorso, che riflettono su questi temi da prospettive diverse ma complementari.
Nonostante i sussulti negazionisti che, di pari passo con il radicamento di configurazioni politiche miopi, ridicolizzano la gravità dello scenario climatico su scala planetaria, gli effetti del riscaldamento globale – e dello sfrenato estrattivismo di matrice capitalistica – sono un feroce dato di fatto. Mentre si intensificano gli appelli e le proposte degli esperti in ambito scientifico, anche gli esponenti del mondo artistico continuano a tenere accesi i riflettori su un’urgenza non più dilazionabile, progettando iniziative concrete ispirate al dialogo e all’azione collettiva.
Ne è un esempio la pratica di Tomás Saraceno (San Miguel de Tucumán, 1973), che da circa due decenni muove la propria ricerca nel solco della giustizia ecosociale, interrogandosi sull’equilibrio fra essere umano, tecnologia e biodiversità attraverso un approccio multidisciplinare e collaborativo. Risale al 2015 la nascita dell’Aerocene Foundation, la fondazione non profit istituita nella cornice di COP21 a Parigi e diventata una comunità tuttora in espansione, nella quale confluiscono artisti, scienziati, attivisti, filosofi, specialisti tecnologici e istituzioni come MIT e CNES. L’obiettivo è rafforzare la consapevolezza critica sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e sulle conseguenze ambientali e sociali di questo modello politico-economico.
Riunendosi in occasione di festival, workshop e mostre internazionali, i membri della Aerocene Foundation condividono con il pubblico gli esiti di studi che privilegiano il ricorso a elementi naturali come il vento e la luce del sole per dare forma a strutture capaci di librarsi nell’aria senza l’utilizzo di idrogeno, elio, batterie o combustibili fossili, e rivoluzionare così le logiche del volo pilotato dall’essere umano. Usando soltanto il potenziale dell’aria e del sole, all’inizio del 2020 Aerocene Pacha si sollevò da terra battendo molteplici record e aggiudicandosi il titolo di volo più sostenibile nella storia dell’umanità. Chiunque può contribuire allo sviluppo di questi dispositivi grazie a un sistema open-source che mette in scacco le logiche esclusiviste ed elitarie della contemporaneità, immaginando alternative pienamente condivise. Invitata alla Biennale Architettura 2021 a cura di Hashim Sarkis, Aerocene Foundation ha allestito, nel Padiglione Centrale dei Giardini, il Museo Aero Solar ‒ progetto parallelo lanciato nel 2007 dallo stesso Saraceno ‒, trasformando la plastica in una risorsa riutilizzabile per dare vita a musei fluttuanti.
Anche Andrea Conte (Roma, 1978), ingegnere ambientale e artista visivo noto come Andreco, ha individuato nella condivisione e nelle dinamiche comunitarie il fulcro di una pratica che combina ecologia, sperimentazione scientifica e creatività. Giustizia climatica e una visione decoloniale della tecnologia sono alla base di Climate Art Project, l’iniziativa ideata da Andreco nel 2015 in occasione della conferenza sul clima di Parigi – al pari di Aerocene Foundation. Itinerante e dai confini disciplinari volutamente ibridi, Climate Art Project vuole “contribuire al dibattito e alla creazione di una coscienza critica sulle tematiche ambientali e sociali nonché sulle possibili modalità d’intervento”, come sottolineato dallo stesso Andreco nelle dichiarazioni riportate sulla pagina web del suo Studio. “ll progetto Climate Art Project” – prosegue l’artista ‒ “si caratterizza per la sua capacità di portare alla luce le vulnerabilità e potenzialità del territorio in cui le sue azioni si inseriscono. A Delhi, in India, il tema principale è stato l’inquinamento atmosferico, in Portogallo gli incendi, in Puglia quello dell’accelerazione dei fenomeni di desertificazione dovuti all’innalzamento delle temperature, a Venezia il progetto si è concentrato sull’innalzamento del livello del mare”.
Chiamando a raccolta operatori culturali, scienziati, gruppi ambientalisti e istituzioni locali – complice la nascita, nel 2018, dell’omonima associazione a impronta territoriale ‒ Climate Art Project affianca diverse tipologie di attività – dalla raccolta dei dati alla produzione artistica, dalla discussione alla denuncia di emergenze socio-ambientali ‒ e promuove forme di partecipazione consapevole alla risoluzione di problemi che riguardano la collettività. Lo conferma, per esempio, CLIMATE 04 Sea Level Rise, il quarto capitolo del progetto costruito attorno a una serie di interventi in varie città europee. A Venezia il monumentale wall painting disegnato in prossimità della stazione ferroviaria, l’installazione e il seminario sui cambiamenti climatici da una prospettiva artistica e scientifica hanno tradotto in linguaggi multipli una delle tendenze più pericolose per le città costiere del globo.
Disegno, installazione, performance, scultura e fotografia sono gli elementi che compongono il vocabolario visivo di Otobong Nkanga (Kano, 1974), il cui intervento nel Padiglione Centrale della Biennale Arte 2026 ne ha modellato la facciata e ha dato un nuovo volto temporaneo al Giardino delle Sculture di Carlo Scarpa. Anche in questo caso è il dialogo con la natura a guidare l’operato dell’artista, la quale innesta la sua pratica nei mutamenti della materia e dei luoghi, testimoni e spesso vittime di un depauperamento incontrollato, veicolo di soprusi che attraversano l’epoca coloniale e raggiungono il tempo presente. Agendo sui punti di intersezione fra universo naturale, politica, colonialismo economico e vicende geograficamente situate, Nkanga rovescia il concetto di identità e i criteri di appartenenza e offre, alla stregua dei colleghi Saraceno e Andreco, non solo uno sguardo critico sulla società odierna, ma anche strumenti sostenibili per affrontare il futuro in maniera comunitaria. Materia e gesto collettivo sono i pilastri di Carved to Flow, presentato durante documenta 14 nel 2017: concepito come installazione site-specific ad Atene, il progetto assunse inizialmente le sembianze di un laboratorio per la produzione di sapone ricavato da materie prime provenienti da diversi territori. Chiamato O8 Black Stone, il sapone fu venduto a Kassel e da allora i guadagni sono stati impiegati per rendere autonoma la Carved to Flow Foundation, impegnata a supportare le attività dello spazio istituito ad Atene e della sede principale ad Akwa Ibom, in Nigeria. Lo scopo della Fondazione è incentivare la ricerca sulle culture materiali e lo scambio di esperienza e consapevolezza all’interno della comunità locale, allargando la rete di interlocutori oltre i confini originari.
Categoria: Arte
Titolo: L’arte al cospetto della catastrofe ambientale
Autore: Arianna Testino, giornalista
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