Agli Oscar la rivoluzione DEI continua
L’Academy consolida un cambiamento strutturale che trasforma sguardi, storie e protagonisti del cinema mondiale.
L’inclusione può essere una di due cose: una predica o una pratica. Negli ultimi quindici anni, nell’industria dell’intrattenimento americana, nel settore cinematografico, a Hollywood, è stata una pratica. Un processo in perenne divenire, una tensione al miglioramento talvolta frenata dall’ultimo scandalo ma comunque esistente: la traiettoria sembrava decisa, l’idea era quella di aggiornare l’american dream, di dimostrare che a Hollywood c’è spazio per tutti e tutte coloro che hanno qualcosa da dire. All’Academy of Motion Pictures Sciences and Arts va riconosciuto un notevole istinto di sopravvivenza: nel momento in cui si è resa conto che la cultura – e quindi l’opinione pubblica e quindi il mercato – pretendevano ormai diversity e inclusion, l’Academy ha dato diversity e inclusion. Che si sia trattata di spinta autoriformatrice o di operazione cosmetica è impossibile dirlo con certezza (si è trattato di entrambe, come sempre succede quando grandi istituzioni affrontano grandi urgenze, accettano grandi sfide), ma sta di fatto che gli Oscar di oggi sono completamente diversi, in tutti i sensi che questa parola ha assunto nelle lingue moderne, da quelli di appena venticinque anni fa. La verità di una trasformazione la si può saggiare solo quando l’urgenza, la sfida è passata: cosa resta del cambiamento quando quest’ultimo non è più una questione di sopravvivenza, quando l’ambiente che ci circonda cambia e certe caratteristiche smettono di essere necessarie? Da quando Donald Trump è diventato per la seconda volta Presidente degli Stati Uniti, l’industria cinematografica ha fatto molti sforzi pur di mantenere le politiche di DEI (Diversity, Equity, Inclusion). Molte di queste strutture organizzative, di questi programmi implementati con lo scopo di garantire equo accesso e serena permanenza nel mondo del lavoro a tutti e tutte, senza distinzione di razza, genere, orientamento sessuale e credo religioso, correggendo le storture create dal razzismo istituzionale, fanno ormai parte del tessuto socioeconomico di Hollywood: possono anche essere piegate dai venti forti della politica, ma le loro radici sono ormai penetrate a fondo nel terreno del cinema americano e sradicarle distruggerebbe probabilmente l’ecosistema hollywwodiano. In sostanza, oggi a Hollywood è impossibile (si potrebbe anche dire impensabile) fare un film senza seguire i dettami di Diversity, Equity, Inclusion: semplicemente, il cinema americano oramai funziona così, è così, il mondo e i modi del cinema di prima sono talmente obsoleti che, anche volendolo, sono impossibili da restaurare. L’industria cinematografica ha imboccato questa strada, e di conseguenza l’ha imboccata anche l’Academy (che del cinema americano rappresentano letteralmente le arti e i mestieri). La riforma/trasformazione dell’Academy operata in questi anni, infatti, non è reversibile: la composizione dell’Academy e delle sue commissioni quella è, quella resterà quantomeno nel medio termine. Le sue scelte, dunque, continuano a essere conseguenza della ragion d’essere che l’ha portata in questo mondo così com’è: rendere i Premi Oscar la cerimonia del cinema mondiale. Il premio più internazionale e cosmopolita che c’è, la cerimonia più diversa e inclusiva del mondo. E questo lo si vede anche nei film che, con ogni probabilità, saranno quest’anno i candidati alla statuetta nella categoria Best Picture.
Ovviamente, al momento non ci sono certezze in materia, solo indiscrezioni, previsioni, scommesse. Ma tutti i decani del giornalismo di settore – Variety, Hollywood Reporter, Entertainment Weekly – fanno più o meno gli stessi nomi. E da questi nomi si può trarre una conclusione abbastanza chiara e definitiva: per Hollywood la diversity e l’inclusion da predica si sono fatte pratica.
Facciamo una lista di quelli che al momento sono i titoli papabilissimi, quasi certi di ricevere una candidatura nella categoria Miglior film: Avatar: Fire and Ash, Frankenstein, Hamnet, Jay Kelly, Marty Supreme, No Other Choice, Una battaglia dopo l’altra, Sentimental Value, Sinners, Wicked: For Good. È vero che la prima cosa che si nota è che tutti questi film sono diretti da maschi, tranne uno, Hamnet di Chloe Zhao. Ma prendendosi un attimo e osservando più attentamente la lista si vede anche comprende un regista sudcoreano (Park Chan-wook), uno danese-norvegese (Joachim Trier), uno messicano (Guillermo del Toro), uno afroamericano (Ryan Coogler), due sinoamericani (Jon M. Chu e Zhao, di nuovo). Per misurare davvero con precisione, però, la quantità di diversity e inclusion presente negli Oscar che verranno bisogna aver visto i film. Chi lo ha fatto, in questa lista non può che notare una novità: l’acronimo DEI è passato da sigla aziendale a elemento narrativo. Quasi la metà di questi titoli (Hamnet, Una battaglia dopo l’altra, Sentimental Value, Sinners, e alla lista potremmo anche aggiungere l’outsider da non sottovalutare Bugonia, diretto da Yorgos Lanthimos, protagonista Emma Stone) dipendono fortissimamente da personaggi femminili e dalle interpretazioni delle attrici protagoniste. Il successo blockbusteristico di Wicked, per fare un facilissimo esempio, non esiste senza l’intesa tra Ariana Grande e Cynthia Erivo, coppia che ha pure inventato un modo nuovo di interpretare la campagna promozionale di un film (perché sì, pure le campagne promozionali sono delle interpretazioni e se ci fosse un Oscar a premiare la migliore lo vincerebbero sicuramente loro due). Ma lo stesso discorso si può fare per l’altro, chiacchieratissimo film di quest’anno, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Un film che di protagonisti ne ha due: uno se lo aspettavano tutti ed è Leonardo DiCaprio; l’altra non la conosceva nessuno e l’abbiamo ammirata tutti, ed è Chase Infinity. E anche in questo caso, il suo ruolo di protagonista è andato oltre i bordi dello schermo: Anderson ha detto di aver affidato a lei, nativa digitale, esperta tiktoker, la promozione sui social del film. Che infatti è stata efficacissima. E ancora: se Sentimental Value ha suscitato gli entusiasmi che ha suscitato (a partire da quelli della giuria del Festival di Cannes, dove ha vinto il Grand Prix) è anche e soprattutto grazie al formidabile terzetto di protagoniste composto da Renate Reinsve, Inga Ibsdotter Lilleaas e Elle Fanning. Continuando: se Hamnet sta spezzando i cuori del pubblico dei festival di mezzo mondo è perché l’interpretazione che Jesse Buckley ha dato di Agnes, la moglie di William Shakespeare spezzata dalla morte del figlio Hamnet, è una di quelle che nel gergo hollywoodiano si definiscono career making performance, una di quelle parti così indimenticabili che valgono una filmografia intera. Ma soprattutto, la più importante novità che si intravede nella prossima edizione degli Oscar è che le storie raccontate in questi film vengono raccontate attraverso un punto di vista femminile. Anche nei film diretti da maschi, anche nei film in cui (in senso strettamente drammaturgico) il protagonista è un maschio, l’occhio che osserva il mondo raccontato è femminile, di giovani donne di diversissime formazioni ed estrazioni – figlie d’arti, attrici viziate, mogli di, eredi di rivoluzioni permanenti – che esperiscono l’esistenza in una maniera inaccessibile ai maschi. È questa, probabilmente, la prova più forte che diversity, equity and inclusion da predica si sono fatte pratica. Almeno al cinema. Ma si sa che, spesso, il mondo inizia a cambiare quando sullo schermo se ne scopre una rappresentazione, una versione diversa e migliore e possibile. Ancora possibile, nonostante tutto.
Categoria: Cinema
Titolo: Agli Oscar la rivoluzione DEI continua
Autore: Francesco Gerardi, giornalista
