La letteratura come catarsi delle paure per il futuro
Dai futuri distopici di McEwan alle guerre del presente, il romanzo torna ad essere uno strumento in cui elaborare crisi, memorie collettive e magari possibili soluzioni per i problemi più complessi dell’attualità.
«Alcuni storici indicano l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 come l’inizio della nuova epoca buia. Per parte mia propendo per la prima guerra climatica del 2036». Chi ci parla dal futuro, e precisamente dal 2119, è Thomas Metcalfe, professore inglese ossessionato da un poemetto scritto nel 2014 in occasione di un compleanno, e successivamente scomparso. Ritrovarlo è la sua missione. Nel frattempo, ci racconta cosa accadde nei decenni successivi alla cena nel corso della quale i versi furono letti e recitati dal poeta stesso, Francis Blundy, per la prima e ultima volta: le duemilacinquecento parole scritte su una sola facciata di pelle battuta e ammorbidita sono sopravvissute solo nell’immaginario. Chi ci parla oggi del futuro è lo scrittore inglese Ian McEwan nel suo ultimo libro, Quello che possiamo sapere, pubblicato in Italia alla fine del 2025 da Einaudi. Un libro che non ci può sorprendere per l’autore, il tema dei cambiamenti climatici non è nuovo in McEwan, ma senza dubbio per una certa audacia narrativa. Non viaggiamo qui sull’autostrada della migliore sci-fi, la fantascienza, bensì ci avventuriamo in un’esplorazione narrativa della geopolitica, fra catastrofi ambientali, guerre, difficili passaggi generazionali del nostro comune patrimonio, alterazioni culturali che ci portano a lasciare che il Grande Disastro accada, a cercare conforto nella nostalgia verso ciò che l’ha preceduto, e a restare disorientati di fronte a chi, per la giovane età, rifiuta una storia segnata da violenza, indifferenza ed egoismo e si domanda semplicemente, ma non per questo serenamente: cosa abbiamo oggi noi? Un’esplorazione che ci porta diretti a manifestare una sincera gratitudine all’irruzione dell’attualità nella letteratura. Perché, di fronte alle grandi vicende della cronaca, dagli sconvolgimenti climatici alle guerre, abbiamo bisogno di un esito narrativo.
Un romanzo può restituire ai fatti e alle gravose incognite il fattore umano: può dar vita a riflessioni, aiutarci nella ricerca di risposte e, talvolta, di soluzioni, indicarci una via di fuga e, perché no?, anche di salvezza; così come può rappresentare una realtà anche peggiore, prefigurando distopie e scenari ostili, o magari avvertirci di rischi che ancora non vediamo. In ogni caso la letteratura ci riconsegna il destino, il nostro destino. I personaggi che descrivono e vivono tutto questo siamo noi. I protagonisti dell’ultimo libro di McEwan, nell’alternanza in lui consueta di farsa e tragedia, commozione e cinismo, rivelano un accidioso narcisismo che li rende ciechi e negligenti di fronte al futuro compromesso, e una colpevole inerzia di fronte ai risultati di quanto accaduto. Ed è accaduto tanto, se non proprio tutto. Compreso il fatto che, in virtù della sua non-esistenza, il poemetto sia diventato un inno nostalgico alla natura e oggetto di una venerazione collettiva. Peccato che Blundy fosse un rancoroso, irascibile negazionista. Secondo il racconto di Thomas, nell’epoca buia al riscaldamento globale e all’innalzamento dei mari si aggiungono gli effetti devastanti dei conflitti nucleari tattici. Poi l’incidente del missile intercontinentale russo che esplode nell’Atlantico provocando l’Inondazione del 2042: tsunami catastrofici si abbattono sulle coste, decine di città scompaiono, la Gran Bretagna diventa un arcipelago, la popolazione della terra precipita da nove a quattro miliardi. Tuttavia, sottolinea Thomas, nessuno degli scontri nucleari porta alla guerra totale e alla distruzione del genere umano. «Ecco la nostra misera consolazione. Non eravamo completamente privi di ragione, dopotutto». Anzi, c’è anche una specie di lieto fine: vent’anni dopo l’Inondazione il raffreddamento globale post nucleare provoca un’ondata di ottimismo. Verrebbe da dire: potenza della letteratura. McEwan però non concede molto all’umanità che si salva per un soffio. E, di fronte all’ardente passione per il poemetto di Blundy, si concentra sull’aspetto fake di tutta la vicenda: «Una poesia che ha reso il proprio servizio rimanendo pagina bianca». Inutile aspettarsi anche solo un tiepido conforto. Che del resto non c’era stato nemmeno in Solar, pubblicato nel 2010 sempre da Einaudi, dove la catastrofe ha come paladino il cinico premio Nobel per la fisica Michael Beard che, mai del tutto scettico in materia di cambiamenti climatici, si improvvisa per calcolo fervente ambientalista. L’incalzare dei cambiamenti climatici percorre anche in modo potente Il giorno dell’Ape, libro edito da Einaudi con il quale lo scrittore irlandese Paul Murray ha vinto il Premio Strega europeo 2025. Con una grande differenza, però. Il romanzo racconta il rapido declino dei Barnes, famiglia (infelice) che vive il fallimento della concessionaria di auto del padre, Dickie, come una crisi esistenziale, una perdita di ruolo e reputazione (un valore importante nella cittadina dove vivono a due ore di auto da Dublino). Nell’abile trasposizione di personaggi e trame, Murray affida a un uomo politico (che da ragazzo al Trinity College avvicinò Dickie con una domanda irriverente sulla natura e una conclusione inusuale «la natura è un’autentica sporcacciona», che si capirà meglio nell’evoluzione del loro rapporto) il compito di fare un’orazione pubblica sui cambiamenti climatici che nulla ha di ironico o di rimprovero verso attivisti improvvisati o professori disattenti. Anzi. È piuttosto un manifesto, un invito all’azione collettiva. Ma con parole, sentimenti, ragioni, espressioni, richiami propri della fiction. Il giorno dell’Ape è un romanzo, e in questo si distingue, pur essendone vicino, dai saggi di Jonathan Franzen o Jonathan Safran Foer.
Il potere della narrazione, che porta Murray a metterci in guardia dal disastro climatico («Viviamo tutti in quella scheggia temporale in cui l’umanità è chiamata a decidere se estinguersi o no»), ci consente di mantenere occhi e cuore aperti di fronte all’altro aspetto di cronaca che determina e sconvolge questi anni: la guerra. La non-fiction è sovrana. E del resto lo richiedono la complessità degli avvenimenti, la storia, le ragioni, le conseguenze. Ma l’irruzione dei fatti può trovare un’interpretazione letteraria che non si arrende alla sovrastante attualità. Commuove lo sforzo di dare volto, parole e storia all’avvocata Evhenia Zakreveska o alla documentarista Zhenia Podobna che compie Victoria Amelina in Guardando le donne guardare la guerra, edito da Guanda. Lei, nata a Lviv, scrittrice, come tanti ucraini dopo il 24 febbraio 2022, primo giorno dell’invasione russa, ha dovuto compiere scelte che hanno avuto ripercussioni sulla sua vita. Ha perciò iniziato a scrivere un diario che si è trasformato in una raccolta di storie di donne che si sono unite all’esercito, accudito anziani, cercato e custodito prove sui crimini di guerra. Non ha potuto concludere il lavoro perché il 27 giugno 2023 è stata uccisa da un missile russo che ha colpito il ristorante dove si trovava con altri scrittori e giornalisti.
E forse si possono riconoscere le radici di ciò che accade oggi in Ucraina, più che in tanti saggi, in un romanzo come Non c’è posto per l’amore, qui di Yaroslav Trofimov, pubblicato da La nave di Teseo. Giornalista de The Wall Street Journal, Trofimov è nato a Kyiv e ha scritto un’opera di finzione basata su storie vere della sua famiglia in Ucraina. Le vita di Debora e Samuel si incrociano e separano nell’arco di oltre vent’anni, dalla Grande Carestia degli anni Trenta al dopoguerra. Si ritrovano nel 1954 e vivono ancora qualche ora insieme. Ma non c’è posto per l’amore. Lui dice: «Siamo sopravvissuti, e ora possiamo ricominciare da capo». Lei, pronta a uscire e a non rivederlo mai più, chiede piano: «Davvero, davvero
siamo sopravvissuti?» C’è una pagina di questo libro che racconta la guerra che viene dal cielo. Siamo nell’agosto del 1942. Debora è andata a cercare rifugio a Stalingrado con il figlio Pasha. Centinaia di aerei tedeschi arrivano accolti da pochi colpi di contraerea. Il bambino guarda in alto e vede qualcosa. Chiede: «Mamma, cosa sono? Sembrano grandi fiocchi di neve». No, sono bombe che incendiano la città. E sono i missili e le bombe che cadono ad annunciare la guerra a Gaza nel libro di Samar Yazbek La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite, edito da Sellerio. Anche la scrittrice siriana racconta la guerra attraverso le testimonianze di chi l’ha vissuta: 27 diari a lei affidati da uomini, donne, ragazzi, palestinesi, molti dei quali cominciano con la notte del 7 ottobre 2023, quando Hamas compie la strage in territorio israeliano vicino al confine con Gaza con il massacro di 1.200 persone e il rapimento di altre 251.
E dal cielo arrivò anche la guerra in Olanda. Da poco Guanda ha pubblicato Cadi, Bomba dello scrittore Gerrit Kouwenaar, nato ad Amsterdam nel 1923 e ragazzo quando i tedeschi invadono i Paesi Bassi nel 1940. Un piccolo (124 pagine) capolavoro riscoperto proprio ora. Karel è un adolescente che vive l’attesa che tutti temono sarà breve. Nelle prime pagine del libro la realtà è ancora diversa, è normale: Karel deve andare a scuole e fare i compiti. Si annoia e arriva anche a evocare: Cadi, bomba! Purché qualcosa accada. E accade: è notte, si sveglia e guarda attraverso una piccola finestra il cielo primaverile, pieno di stelle. Ma non soltanto di stelle. Resta immobile. Suo fratello gli dice: «Siamo in guerra».
Anche la prossima guerra verrà dal cielo? C’è chi sostiene sia già arrivata, ibrida, silenziosa, d’avvertimento più che di forza, un test. Di recente The Guardian ha dedicato un lungo articolo al nuovo traffico nei nostri cieli, titolo: «Un attacco di ansia collettiva: la psicologia degli inspiegabili avvistamenti di droni in tutta Europa». Una presenza che sollecita la domanda in chi li avvista: chi? Russi? Negano. Ma le strane luci sopra le case non lasciano dubbi sul loro effetto: «Trasformano i cieli pacifici in una fonte di permanente minaccia». Analisti di geopolitica e di Intelligence sono al lavoro per cercare indizi e spiegazioni. E forse qualcuno sta già scrivendo un romanzo per rispondere alla domanda che va oltre l’individuazione di un potenziale, possibile, fittizio nemico: perché?
Categoria: Cultura
Titolo: La letteratura come catarsi delle paure per il futuro
Autore: Sergio Bocconi, giornalista
