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La frammentazione geoeconomica

Dalla globalizzazione alla “riglobalizzazione”: un mondo che si ricompone in blocchi rivali.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’economia globale ha prosperato grazie a un ordine multilaterale fondato su commercio aperto, istituzioni condivise e interdipendenze economiche sempre più strette. Questo assetto ha garantito stabilità, crescita e un lungo periodo di pace tra grandi potenze. Oggi, però, tale equilibrio si sta rapidamente erodendo, sostituito da una fase di frammentazione geoeconomica che sta ridisegnando flussi commerciali, investimenti e forme di cooperazione internazionale.

La trasformazione in corso non è una semplice “deglobalizzazione”, cioè una riduzione degli scambi tra paesi, ma piuttosto una “riglobalizzazione”: un riallineamento dell’economia mondiale in blocchi distinti, con scambi più intensi tra paesi politicamente affini e minori relazioni economiche con potenze percepite come rivali. Sta emergendo una struttura tendenzialmente bipolare, con un blocco centrato sugli Stati Uniti e uno sulla Cina.

Sul piano commerciale, questa frammentazione sta cambiando la forma delle catene globali del valore. La logica del basso costo del lavoro, dominante per decenni, sta lasciando spazio a criteri di resilienza, affidabilità e, per settori strategici, sicurezza nazionale. La pandemia ha rivelato i rischi di filiere troppo concentrate; la guerra in Ucraina ha messo in luce la vulnerabilità energetica; la competizione tecnologica tra Washington e Pechino ha reso chiaro che industrie come semiconduttori, telecomunicazioni e terre rare non sono comparti puramente economici. Per questo governi e imprese privilegiano paesi “amici”, anche se ciò comporta costi maggiori, duplicazione di impianti e minore efficienza.

Questa riconfigurazione offre nuove opportunità a economie emergenti come India, Vietnam o Messico, che si propongono come alternative alla Cina. Al tempo stesso rischia di penalizzare paesi privi di stabilità politica o infrastrutture adeguate. I paesi non allineati, desiderosi di mantenere relazioni con entrambi i blocchi, potrebbero essere progressivamente spinti a scelte difficili per evitare l’esclusione da mercati decisivi, dai sistemi finanziari dominanti o da alleanze di sicurezza.

La frammentazione produce effetti rilevanti anche sul piano finanziario. Sanzioni, congelamento delle riserve, controlli e restrizioni agli investimenti — in particolare quelli nelle tecnologie — sono sempre più usati come leve politiche. E se il ruolo del dollaro e dei sistemi occidentali di pagamento rimane centrale, aumentano i tentativi di sviluppare circuiti alternativi. Tuttavia, la nascita di un vero sistema finanziario parallelo appare ancora improbabile: molti paesi non vogliono o non possono adottare i livelli di trasparenza e apertura necessari perché le loro valute diventino riserve globali.

Il blocco formato dagli Stati Uniti e dai loro partner storici resta oggi più esteso e ricco di quello centrato sulla Cina: include quasi tutte le economie avanzate, controlla gran parte delle tecnologie critiche e dispone dei mercati finanziari più solidi. Ma questo vantaggio è meno stabile di quanto sembri. Fattori interni come polarizzazione politica, incertezze sull’impegno internazionale, perdita di credibilità come alleato e indebolimento di asset tradizionali — dalla leadership scientifica alla capacità di attrarre talenti — possono ridurre la coesione del blocco occidentale.

Anche la Cina, pur affrontando rallentamento, capacità produttiva in eccesso e crescente diffidenza dei partner, non è destinata al declino. Il suo livello di reddito pro-capite lascia ancora ampi margini di crescita, il capitale umano resta elevato, quello tecnologico è in espansione e il sistema politico ha dimostrato in passato di saper correggere errori strategici diventati insostenibili.

Ne deriva un confronto tra due potenze entrambe alle prese con scelte delicate e rischi significativi. E tutto ciò accade mentre le grandi sfide globali richiederebbero più cooperazione, non meno. Il cambiamento climatico, la transizione energetica e la regolamentazione delle tecnologie avanzate — come l’intelligenza artificiale — richiedono coordinamento e standard condivisi. Al contrario, la crescente distanza normativa tra Stati Uniti, Europa e Cina sta creando sistemi tecnologici separati, con standard incompatibili che ostacolano innovazione, sicurezza e gestione dei rischi globali.

In questo scenario, le istituzioni multilaterali appaiono sempre più deboli: alle Nazioni Unite è difficile trovare consenso, l’Organizzazione mondiale del commercio e quella della sanità sono in affanno, e i grandi vertici internazionali producono impegni limitati. Molti governi preferiscono accordi ristretti con pochi partner fidati invece di negoziati multilaterali complessi.

Sebbene la frammentazione geoeconomica aumenti i costi, rallenti la crescita e riduca la capacità del sistema internazionale di affrontare problemi globali, è una trasformazione strutturale destinata a durare. La sfida dei prossimi anni sarà evitare che questo processo cristallizzi definitivamente blocchi contrapposti incapaci di collaborare anche quando è indispensabile. In un mondo più incerto, solo pragmatismo, stabilità dei rapporti e spazi di dialogo aperti potranno impedire che la rivalità soffochi la capacità di azione collettiva, oggi più necessaria che mai.

 

Categoria: Scenario
Titolo: La frammentazione geoeconomica
Autore: Dante Roscini, professore