Vai al contenuto principale

Il 2025 in sintesi e uno sguardo al 2026

Il 2025 è stato un anno in cui le linee di frattura e quelle di continuità si sono intrecciate come raramente accade. A volte lo abbiamo percepito come un anno instabile, altre come un anno rivelatore, in attesa di vivere il 2026. Un’analisi approfondita con Giuseppe De Bellis, Direttore Editoriale SkyTg24.

Il quadro che lascia il 2025 è quello di un mondo che comunica incessantemente ma fatica a comprendersi. Un mondo iperconnesso e al tempo stesso disallineato, dove la velocità delle informazioni supera la nostra capacità di interpretarle. Il 2026 eredita molte sfide, ma la più grande è forse la stessa di ogni epoca di transizione: dare forma al disordine senza cedere alla semplificazione. Sul piano internazionale servirà costruire stabilità in un contesto che non è stabile per natura. Sul piano economico, bisognerà governare le vulnerabilità che il clima e le nuove tecnologie continuano a generare. Sul piano sociale, la coesione non potrà essere data per scontata, perché ogni trasformazione porta con sé vincitori e scontenti. E poi c’è la grande sfida della fiducia: nell’informazione, nelle istituzioni, nelle tecnologie che ormai mediano buona parte delle nostre esperienze.

Il 2026 non chiederà risposte veloci; chiederà risposte solide.

 

4 storie dal 2025

Le più rappresentative sono quelle che hanno mostrato che il mondo non sta “cambiando”: sta scivolando verso un nuovo equilibrio, spesso senza far rumore.

Geopolitica

Quello che abbiamo visto nel 2025 non è stata una grande svolta improvvisa, ma l’emersione di un mondo multipolare e frammentato, in cui le alleanze non sono più destini ma strumenti temporanei. Gli Stati non competono solo sui confini: competono su energia, tecnologia, approvvigionamenti. È la geopolitica dell’interdipendenza, e quindi anche della vulnerabilità. L’instabilità è diventata una regola e dipende dalle caratteristiche di leadership globali che hanno tratti molto diversi rispetto al passato in cui ciascuno interpretava un ruolo preciso: oggi non esiste più un’idea di blocco culturale, quanto di legami che si creano sulla base delle opportunità immediate: l’andamento della relazione Trump-Putin del 2025 è la fotografia di tutto questo.

Clima

Il clima non è più la “storia del futuro”: è la storia di ora. Nel 2025 è entrato nelle filiere produttive, nei bilanci degli Stati, nelle scelte di investimento delle aziende. Ha influenzato prezzi, migrazioni, salute. È diventato, senza che ce ne accorgessimo davvero, una non storia, perché è la base di tutte le altre storie.

Intelligenza artificiale

E poi c’è stata l’intelligenza artificiale, che ha definitivamente rotto l’argine tra tecnologia e quotidianità. Il 2025 è stato l’anno in cui l’AI non è più stata il “tema da conferenze”, ma il luogo in cui viviamo: nei servizi, nelle aziende, nella scuola, perfino nei nostri processi mentali. Il passaggio non è tecnologico, ma culturale.

Economia

Infine l’economia e la società, che hanno corso in avanti senza avere sempre il tempo di guardarsi intorno. Il mondo ha continuato a crescere in modo asimmetrico e accelerato, con regioni e settori che viaggiano a velocità diverse. Le relazioni sociali, i lavori, le aspettative delle generazioni si stanno ridefinendo più rapidamente della capacità collettiva di capirle.

 

3 sfide per il 2026

 

Nuovi equilibri e nuovi punti di riferimento.

Gli equilibri stanno cambiando in modo silenzioso, costante, quasi sotterraneo. La politica vive compressa tra tempi sempre più brevi e problemi sempre più lunghi. Non è solo una crisi di leadership: è una crisi di spazio decisionale e di linguaggio. La velocità con cui si forma – e sfuma – il consenso cambia le regole d’ingaggio, la narrazione che tramuta scelte in realtà, o almeno in narrazione, è la conseguenza: le parole della politica e della diplomazia non esistono più, sono state sostituite da concetti semplici e facili, con un corto circuito rispetto alle epoche precedenti. L’economia, invece, sta costruendo i propri pilastri attorno a tre parole: tecnologia, energia, competenze. Tutto il resto è derivato. Chi controlla questi tre elementi, controlla il ritmo del cambiamento. Il sistema dell’informazione è forse il luogo in cui il mutamento è più evidente. Il confine tra ciò che è accurato e ciò che è credibile agli occhi del pubblico non coincide più. L’autorevolezza diventa una costruzione quotidiana, non un capitale accumulato. La formazione dell’opinione pubblica non passa più solo dai contenuti, ma dalla loro interpretabilità. Siamo entrati in un’epoca in cui la realtà non è negata, ma negoziata. Ed è qui che si gioca una delle sfide più grandi del nostro tempo.

La rivoluzione continua dell'intelligenza artificiale.

L’AI ci pone davanti a domande che non riguardano solo il funzionamento della tecnologia, ma il funzionamento della società. La prima, che in realtà pensavamo appartenesse già al passato e invece è ancora presente è questa: quale sarà il ruolo dell’essere umano nel lavoro del futuro? Non solo cosa verrà sostituito, ma cosa verrà potenziato, cosa diventerà irrilevante, cosa nascerà di nuovo. Poi: come cambierà la scuola, se l’intelligenza artificiale diventa parte dell’ambiente di apprendimento? Non si tratta di introdurre strumenti, ma di ridefinire cosa intendiamo per sapere, per competenza, per creatività. La questione della privacy non sarà un tema tecnico, ma esistenziale: quanto siamo disposti a cedere della nostra identità digitale per ottenere servizi più efficienti? E chi decide i confini? E infine c’è la domanda più profonda: che tipo di società vogliamo essere quando tutto può essere generato, manipolato, simulato? La democrazia vive di fiducia e di realtà condivise. L’AI ci costringerà a proteggere entrambe con più attenzione di quanto abbiamo fatto finora. Il 2026 sarà l’anno in cui il mondo inizierà davvero a guardarsi allo specchio. E l’AI sarà il riflesso che ci costringerà a farlo.

I giochi olimpici di Milano-Cortina 2026.

Milano-Cortina sarà molto più di un evento sportivo. Dal punto di vista economico, è un acceleratore di investimenti, di turismo, di innovazione nelle infrastrutture e nei servizi. Un’occasione per mettere in rete territori che generalmente non dialogano a questa scala.

Ma è sul piano simbolico che può lasciare un segno più profondo. In un’epoca dominata da tensioni e frammentazioni, le Olimpiadi rappresentano un momento di racconto collettivo. Sono una vetrina per il Paese, certo, ma anche una prova: la prova che l’Italia può ancora costruire, organizzare, ospitare, innovare. Milano-Cortina arriva in un momento storico in cui abbiamo bisogno di narrazioni positive credibili. Potrebbe essere una di quelle.